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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

GREEN HOPE

2020-12-08 15:19

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GREEN HOPE

Racconto di Luigi M. C. Urso

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Ada stava ricoverata ormai da settimane nell’affollato reparto di terapia intensiva del Green Hospital, sito nella piccola città di Hope, a causa di una sospetta polmonite che le aveva causato una grave insufficienza respiratoria per la quale aveva rischiato di morire.

La presunta polmonite, col trascorrere del tempo, aveva preso il nome di Covid-19; un virus la cui nera mano di morte aveva stretto nella sua subdola morsa la gente di ogni continente, senza distinzione di sorta.

I complottisti credevano che il terribile virus fosse stato creato in laboratorio allo scopo di decimare la popolazione mondiale, le persone comuni pensavano fosse un semplice frutto della natura; Ada, durante quelle interminabili settimane, aveva invece elaborato nella sua mente un’ipotesi personale che fondeva le svariate teorie in un’unica tesi non lontana dalla cruda realtà.

Secondo Ada il virus era davvero un parto della natura, creato per difendersi dalla razza più pericolosa che abitava il mondo, la razza umana, che rappresentava l’oscura malattia del pianeta a causa dello sfruttamento selvaggio delle risorse naturali e dello scempio ambientale che perpetrava ormai da molto tempo in nome dell’egoismo, dell’indifferenza e del profitto, a discapito della Terra, del suo ecosistema e della natura stessa; in pratica una razza da estinguere o ridurre di numero allo scopo di limitare i danni al pianeta.

A sostegno di questa tesi ben articolata, Ada pensava al fatto che il Covid-19 si sviluppava e nuoceva soltanto negli esseri umani e non nelle svariate razze animali, nonostante in alcuni casi fossero semplici portatrici del virus.

Nella stanza di Ada sulla parete di fronte al letto dove stava stesa ormai da un tempo che appariva infinito, circondata da tubicini e apparecchiature indispensabili a salvarle la vita, era appeso un vecchio disegno che raffigurava un fiore verde, colore della speranza.

Per Ada, artista di talento, quel disegno rappresentava l’inizio della sua passione per l’arte e la pittura; era molto piccola quando trascorreva intere ore in compagnia dello zio, artista anche lui, che la portava nello studio dove dipingeva e realizzava le sue opere mentre per tenerla impegnata le dava fogli di carta da disegno, pennelli e colori.

Ada aveva soltanto quattro anni quando dipinse quel fiore tanto semplice nella forma quanto importante per la sua vita; ricordava bene quel giorno di molti anni prima, quando aveva intinto il pennello nel colore verde chiaro e aveva tracciato il fiore sul foglio con molta spontaneità e naturalezza.

Adesso la sua  prima opera a cui non aveva mai dato un nome era lì a tenerle compagnia, a darle una motivazione per andare avanti e guarire.

Trascorsero alcune settimane e Ada era ormai fuori pericolo; aveva sconfitto quel piccolo ma letale nemico invisibile.

Il giorno in cui venne dimessa, mentre lasciava la stanza che era stata la sua casa per tante settimane, decise di non riprendere il disegno e lasciarlo appeso al muro di modo che potesse portare conforto a chi, dopo di lei, avesse occupato la stanza colpito dallo stesso male che l’aveva afflitta in quel lungo periodo.

Un istante prima di uscire dalla stanza Ada prese un pennarello che stava poggiato sul tavolo vicino al letto e, dopo aver meditato per pochi istanti di fronte al vecchio disegno, sorrise mentre scriveva qualcosa sul foglio sotto il fiore; finalmente dopo tanto tempo era riuscita a dare un nome all’opera che aveva acceso in lei la passione artistica.

Uscendo dalla stanza si voltò per un ultimo sguardo al foglio ingiallito dal tempo dove, oltre al fiore, spiccava adesso la scritta “Green Hope.”


email: luigi@asvero.it

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