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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

AFFRONTAMI

2020-12-08 15:57

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AFFRONTAMI

Racconto di Chiara Pagani

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“La soluzione la troverà con lui.”

Il mio medico di base protende la mano nella mia direzione per porgermi un bigliettino dove ha appena scarabocchiato un nome e un numero di telefono.

Guardo il pezzo di carta con diffidenza, sentendomi più perduta rispetto a quando sono entrata. Parla di soluzione e invece a me sembra solo l’inizio di un percorso a ostacoli. La sua espressione neutra e indifferente accende una fiammella di rabbia nel mio stomaco; I medici dovrebbero mostrare un minimo di empatia verso gli sfortunati pazienti. E invece questo devo essere… “paziente”, perché qualsiasi altra reazione non mi gioverebbe in nessun modo.

Afferro il foglietto segnando il sollievo dell’uomo che sta in quel modo passando la palla a un collega. Uno strizzacervelli.

“Se non la soluzione, almeno un modo per conviverci”, rispondo scettica al medico occhialuto che ricambia con uno sguardo annoiato.

Lo ringrazio senza entusiasmo ed esco stringendo nella tasca del cappotto un foglietto di carta che pare pesare un quintale e che porta il nome del dottor Oscar Dubois.

Rientrata a casa, mi spoglio e indosso la mia calda e vecchia tuta con i cuoricini, raccolgo i capelli in una coda di cavallo e mi metto ai fornelli. Il freddo di dicembre e la giornata piovosa mi suggeriscono di preparare un buon brodo caldo e così faccio. Apparecchio per due, in previsione del ritorno di Thomas dal lavoro. Manca circa un quarto d’ora.

Prendo due piatti, i soliti, quelli viola con i pois bianchi e i due bicchieri della Nutella con disegnato sopra Topolino. Forchette, tovaglioli, acqua e vino rosso alla mia destra.

Afferro la scatola di croccantini di Thor, il mio gattone, e inizio a scuoterla per farlo uscire da qualunque posto si sia cacciato. Sobbalzo quando in meno di due secondi mi miagola da dietro le spalle.

“Ma da dove sei spuntato fuori!?” esclamo mentre si struscia con insistenza contro le mie gambe.

Gli gratto la testolina e al quinto miagolio gli do ciò che vuole.

Bene, è tutto sistemato e perfetto. Mancano due minuti per la cottura della minestra e proprio in quel momento Thomas apre la porta di casa.

“Ciao, amore!” saluta lui mentre leva la giacca intrisa di pioggia.

“Ciao!” Gli vado incontro per salutarlo con l’abituale bacio.

“Che profumino! Hai fatto il brodo? Bravissima! Mi ci vuole proprio qualcosa di caldo. Oggi in fabbrica si congelava.”

Gli sorrido con tenerezza. “Dovrebbero fare qualcosa per quegli spifferi tra i muri. Dove siamo? Nel medioevo?”

Ci sediamo a tavola mentre gli espongo, come al solito, tutti i miei dubbi sul suo lavoro.

“Siamo pochi operai e il nostro capo fa quello che può con quello che guadagna, purtroppo l’azienda sta attraversando un periodo difficile.”

“Tu sei troppo buono.”

“Non è così, Benny e lo sai, ma sto bene dove sto. Anche se a volte è dura. Sono uno a cui piacciono le cose difficili…” ammicca e mi sorride con furbizia.

“Già”, sospiro, “questo lo so.”

La sua mano stringe la mia sopra il tavolo. Il suo sguardo mi trapassa e porta a galla tutte le cose che sento sepolte dentro di me. È così ogni volta e, ogni volta, distolgo gli occhi prima che i miei fantasmi diventino reali.

Sparecchio la tavola, faccio il caffè, prendo due cioccolatini, poi lui apre la finestra e si accende una sigaretta. È così rassicurante conoscere esattamente le abitudini di una persona. Mi rincuora poter tenere sotto controllo almeno questo aspetto della mia vita.

Guardo Thomas soffiare il fumo fuori dalla finestra. È bellissimo. Ha lo sguardo assorto, i vestiti sporchi da lavoro, le mani screpolate dal freddo, la barba incolta eppure non riesco a non pensare che lo amo con tutto il cuore.

Mi avvicino prendendolo alla sprovvista. Mi lascio sprofondare nel suo abbraccio caldo, l’odore della fatica si mescola a quello di fumo, non è molto gradevole, ma è il suo odore ed è familiare. Sicuro.

Mi scosto per guardarlo e noto che sta fissando un punto a terra alle mie spalle. Seguo il suo sguardo e capisco che è contrariato da tutti i croccantini che ho dato a Thor. Li ho rovesciati perfino sul pavimento.

“Più tardi pulisco, non arrabbiarti.” Gli faccio gli occhi dolci.

Lui è ancora serio quando mi chiede: “Come è andata dal dottore oggi?”

La domanda ferisce un punto da qualche parte nel mio cuore, odio quella frase! Me l’hanno rivolta così tante volte! Mi stacco da lui e ingoio la rabbia assumendo un’aria tranquilla.

“Mi ha dato il numero di un certo dottor Dubois.”

Si acciglia. “Un altro medico?”

“Uno psichiatra”, rispondo.

Lo guardo di sottecchi mentre inizio a sparecchiare la tavola. La sua espressione è indecifrabile. Pare sollevato e deluso allo stesso tempo.

“Quando hai l’appuntamento?” chiede.

“Domani mattina.”

“Vuoi che venga con te?”

“Non ce n’è bisogno. Non credo che sarà una vera seduta domani. Mi vorrà conoscere, presumo; farsi un’idea.”

Thomas è perplesso e inizio a esserlo anche io. La mia finta tranquillità mi sta abbandonando. Non voglio fermarmi a pensare, non voglio, perché non so cosa aspettarmi e il non sapere cosa ne sarà di me mi terrorizza.

Incrocio lo sguardo di Thomas e quella che sembra compassione appare sul suo volto.

“Non farlo”, dico serrando i pugni, “Non guardarmi in quel modo.” Sto per voltargli le spalle, ma in quel momento le sirene di un’ambulanza si sentono in lontananza…

Il respiro si ferma. I battiti accelerano, le tempie mi si imperlano di sudore freddo. Annaspo in cerca di aria mentre mi raggomitolo in un angolo della cucina e mi stringo le ginocchia al petto.

“Benedetta… tesoro è tutto ok. Tranquilla, respira.” Le braccia di Thomas mi avvolgono nel tentativo di infondermi forza e coraggio, ma io riesco solo a sentirmi una vigliacca. Mi tremano le mani come se stessi morendo di paura.

“Respira…”

“Morirò! Mi verrà un infarto! Lo sento!”

“Respira, Benny… ci sono io, va tutto bene.”

Qualche minuto e lentamente l’aria torna a entrare regolarmente nei miei polmoni. Chiudo gli occhi un istante, inspiro e quando li riapro mi sento più tranquilla. Sono completamente sudata.

Thomas mi aiuta a rialzarmi e mi accompagna sul divano. Mi fa posare la testa sul suo petto mentre fa scorrere la mano sui miei capelli.

Sento un sonno prepotente iniziare a reclamarmi e io non possiedo la forza per oppormi. Chiudo gli occhi, sfinita, divorata dalle emozioni e dall’ansia. Per lui, solo una parola: “Scusami.”

 

Ho dormito quasi quattro ore, eppure quando apro gli occhi mi sento ancora stanca e frastornata. Thomas sta bevendo un caffè in cucina e quando lo raggiungo mi prepara un tè caldo. Lo adoro per questo e per non avermi mai lasciato sola.

Mi siedo accanto a lui e temo le parole che usciranno dalla sua bocca, per quanto tempo potrà sopportare tutto questo ancora?

Il suo silenzio m’inquieta un poco, ma penso sia normale. Credo abbia paura di usare parole sbagliate.

Ripongo la mia tazza nel lavello e chiamo Thor per la sua dose di croccantini anche se, dal momento che ha ripulito la ciotola, dubito che avrà ancora fame. Lo vedo arrivare dalla porta del bagno, gli faccio una carezza e gli verso gli ultimi rimasti.

“Questo gatto è un maiale, hai visto quanto mangia?” rido rivolgendomi a mio marito. Incontro però due occhi tristi, sembra quasi stia per piangere.

“Che succede, amore? È tutto ok?”

Tira su col naso e annuisce.

“Sì, sono solo un po’ scosso. Ora mi passa, Benny, tranquilla.”

Mi sento un mostro. Mi sento debole. Mi sento sbagliata.

Vorrei urlare, ma metto tutto a tacere e gli scocco un bacio sulla guancia senza dire niente.

“Vado a fare un po’ di spesa, serve qualcosa in particolare?” mi chiede lui improvvisamente.

Ci penso un attimo e poi rispondo: “Carote, insalata, burro e cibo per gatti… l’ho finito.”

Thomas si acciglia, non ha mai amato molto gli animali in casa, ma ultimamente sembra davvero infastidito da Thor. Eppure è con noi da più di un anno ormai.

Alla fine, con un’aria rassegnata si avvia alla porta.

“Non dovresti nutrire così tanto quel gatto”, dice. Infila la giacca ed esce senza lasciarmi il tempo di capire che cosa voglia intendere veramente.

 

 

Il giorno dopo

 

Lo studio del dottor Dubois è piccolo ma accogliente. Ha un’atmosfera intima e devo dire che mi sento piuttosto a mio agio nonostante sia leggermente agitata.

Non appena ha fatto il suo ingresso in studio mi ha colpito il suo bell’aspetto. È un uomo di mezza età, capelli brizzolati e due occhi celesti molto espressivi. È piuttosto alto e atletico e devo ammettere che questa sua fisicità stona un poco con la pacatezza dei suoi modi e del suo parlare.

Dopo i primi convenevoli mi ha fatta mettere comoda e ha iniziato ad andare più in profondità nella mia mente. A fine seduta mi sono sentita come se mi avesse infilato una mano in gola e avesse estratto il filo di un gomitolo nero.

A casa ho seguito la mia routine, mi sono messa la tuta, legata i capelli, preparato il pranzo, apparecchiato, dato da mangiare al gatto.

Thomas mi ha fatto un milione di domande sulla seduta, ma mi sono limitata a dire che è andata bene.

Mi sento strana.

Passo la giornata a leggere un libro sull’autostima e mi convinco che d’ora in poi sarò forte e determinata in ciò che voglio raggiungere. I miei buoni proposito spariscono in fretta quando Thor mi porta un topolino morto in casa, facendomi cadere in un’altra crisi che Thomas tenta di alleviare come può.

La notte passa colma di incubi e risvegli in bagni di sudore.

 

Sono di nuovo nello studio del dottor Dubois. Mi chiede come mi sento e io gli dico che mi pare di soffocare con la mascherina a tapparmi naso e bocca. Sistema la mia poltrona in fondo alla stanza, si allontana e me le fa togliere.

“Va meglio?”

Annuisco, grata.

Si schiarisce la voce e comincia con le domande.

“Lei si ricorda quando ha avuto il primo attacco d’ansia?”

E come potrei dimenticarmene?

“Lo scorzo marzo, era appena iniziato il lockdown. Mi trovavo in giardino. Ricordo di aver sentito le sirene di un’ambulanza.” Mi blocco, persa in quel ricordo sfocato.

“Nient’altro?” chiede dubbioso.

Faccio cenno di no, aggrottando le sopracciglia per lo sforzo di ricordare.

“Sicura?” insiste lui quasi ne volesse sapere più di me.

“Quella mattina il mio gatto era stato investito da un’auto, sì… penso fosse proprio quella mattina.”

“Mi dispiace…”

“Non si preoccupi, la macchina l’aveva preso di striscio. Se l’è cavata con una zampina rotta, ma ora sta benone.”

“Ah, ne sono felice. Anche io ho animali a casa e spesso diventano veramente della famiglia.”

“Condivido, dottore. Non so che farei senza il mio Thor.”

Oscar sorride non appena viene a conoscenza del nome del mio gattone e io lo seguo. È impossibile non sorridere quando penso a quella palla di pelo.

Oscar Dubois si ricompone in fretta e torna a guardarmi con occhio clinico. Non mi sfugge come continui a scrivere su quel suo block notes da strizzacervelli.

“Lei e suo marito avete figli?” la domanda arriva inaspettata e un macigno d’ansia mi cade sul petto.

Faccio un segno di diniego.

“Posso chiedere come mai? È una donna giovane e in salute, se posso permettermi.”

Il respiro diventa affannoso. Iniziano a sudarmi le mani. Guardo Dubois con aria supplichevole.

“La prego, non mi faccia parlare di questo.” Iniziano a tremarmi le mani.

“Benedetta?” Mi chiama e io lo guardo.

L’espressione più calma del mondo è posata sul suo volto.

“Lei pensa che potrebbe morire ora? Pensa che soffocherà in questo istante solo perché è la sua mente a dirlo? Faccia respiri profondi e lasci che l’aria circoli liberamente nei suoi polmoni. Sia lei padrone della sua mente e non il contrario. È una donna forte e ha tutta la vita davanti. Sia coraggiosa.”

“Non è così facile, dottore”, riesco a dire tra i tremori tenuti a mala pena sotto controllo.

“Certo che non lo è, ma ci sta già riuscendo.”

Mi paralizzo alle sue parole che in qualche modo hanno toccato un tasto fondamentale.

Lo osservo alzarsi e riprendere posto dietro la sua scrivania come se non fossi più nemmeno lì.

“Ci vediamo domani, va bene?”

Mi stupisco. “Ma come? Mi aveva fatto una domanda…”

“Per oggi è sufficiente così.”

Rimango a osservarlo come un’idiota per cinque minuti non capendo esattamente il suo comportamento, ma immagino di non dovermi fare troppe domande.

Saluto e faccio per uscire quando la voce di Oscar mi richiama. “Benedetta?”

“Sì?”

“È stata brava oggi.”

Un sorriso mi spunta involontario sulle labbra.

 

A cena racconto del mio piccolo successo a Thomas. Per la prima volta dopo tanto tempo lo vedo realmente rincuorato.

“Domani vorrei che mi accompagnassi” gli chiedo e lui ne sembra felice.

“Certo, tesoro. Lo sai che puoi contare su di me.”

Lo guardo intenerita e alzandomi da tavola mi vado a sedere in braccio a lui come se fossi un a bambina.

“Sei l’uomo migliore che io conosca, Tom.”

Accenna un sorriso e mi dà un bacio casto sulle labbra.

“Mi dispiace per quello che ti sto facendo passare, migliorerò… te lo prometto.”

I suoi occhi esprimono tutto l’amore che per qualche strana ragione lui prova ancora per me. Nessuno dei due ha bisogno di parole in quel momento. Spesso rimpiccioliscono quelli che in realtà sono sentimenti enormi.

“Ti aiuterò come posso, finchè non riuscirai da sola, ma io so che ce la farai… non ti avrei sposata se ti avessi creduto una persona debole. La vita è stata una stronza egoista fino a ora, ma noi ce ne sbattiamo, vero?”

“Ce ne sbattiamo?” ripeto trattenendo un sorriso.

“Sì, cazzo! Noi siamo qui e siamo vivi. E le disgrazie ci affondano, ma poi bisogna tornare a galla altrimenti si annega, si muore.”

Resto in silenzio.

“Vuoi annegare, Benny?”

Incastro i miei occhi nei suoi.

“No.” Rispondo solamente.

Mi riserva un’espressione fiera.

“Bene. Perché se tu vai a fondo io annego con te.”

Lo stringo tra le braccia senza più dire nulla e prima che i ricordi riaffiorino promettendomi lacrime e dolore mi alzo e inizio la mia routine della sera.

Sparecchio la tavola e intanto Thomas si mette comodo sul divano, accende la tv e poi un po’ sorpreso si volta verso di me.

“Benny?”

“Sì?”

“Non hai dato da mangiare al gatto stasera…”

Il piatto mi scivola di mano e cade a terra rompendosi in svariati pezzi. La sua frase mi ha in qualche modo scioccato. Guardo la ciotola di Thor e mi accorgo che è vuota. Come ho potuto dimenticarmene?

“Ti sei fatta male?” mi chiede lui dal divano, leggermente allarmato.

“No, tranquillo. Mi è scivolato, ma ora sistemo.”

 

 

La mia mano è intrecciata a quella di Tom e la percepisco come un’àncora di salvezza mentre di fronte a noi, Oscar Dubois, mi scruta come se fossi un rebus da risolvere.

“Riprendiamo da dove ci eravamo lasciati ieri?” chiede aspettando il mio consenso.

Faccio un respiro profondo e poi annuisco.

“Dunque, se non sbaglio le ho chiesto come mai non ha figli.”

La presa sulla mano di Tom si rafforza e il battito aumenta. Il mio piede destro inizia a saltellare nervosamente senza che io riesca a controllarlo.

“Ecco…” provo a dire, ma le parole non riescono a mettersi in fila nella mia mente.

“Benedetta, il suo cervello sta attivando dei meccanismi di difesa per proteggerla dal dolore…” esordisce il dottore.

“Sì, lo so.” Ammetto. Ne sono consapevole e non può assolutamente immaginare quanto sia frustrante non poterci fare nulla.

“Se lei non affronta una volta per tutte quel dolore, ci annegherà dentro… vuole annegare, Benedetta?”

Le sue parole mi colpiscono in un modo che forse lui non può nemmeno immaginare. Mi volto verso Tom e lo vedo provato quanto me, ma la differenza tra noi è che lui sta con la schiena dritta e a testa alta, non pare schiacciato da un peso invisibile come me. Lui lo affronta, lui ci convive… io mi nascondo.

Prendo tutta la mia forza di volontà e la riverso lì, in quel momento, in quell’istante.

“Non posso avere bambini”, dico e in quel momento un altro pezzo del gomitolo esce dalla mia bocca liberando un po’ di più il mio stomaco contratto.

Dubois annota qualcosa sul suo taccuino poi mi sprona a raccontare.

Apro la bocca, ma le parole non escono. Forse non so da dove cominciare. Dove è iniziato il mio dolore? Mi sembra quasi che tutta la mia vita sia sofferenza. Gli ultimi anni hanno contaminato tutto quanto.

“Il bambino è morto al nono mese di gravidanza…” È Thomas a parlare.

“I medici hanno detto…”

“Thomas, deve essere lei a raccontarmelo.” Lo interrompe Oscar. Mio marito comprende. Resta in silenzio, ma mi abbraccia e mi sussurra parole di incoraggiamento all’orecchio. Porta il peso insieme a me e vicino a lui, sembra tutto un po’ più leggero.

Inizio a raccontare con una forza che non so bene da dove sia arrivata.

“Poco più due anni fa sono rimasta incinta dopo innumerevoli tentativi. La gravidanza non era stata delle più tranquille, ma nemmeno terribile. Pochi giorni prima della scadenza il mio bambino ha smesso di muoversi. Siamo corsi in ospedale, l’ambulanza sfrecciava a tutta velocità per fare il prima possibile, mi hanno fatto un cesareo d’urgenza, ma non hanno potuto fare nulla. L’ho visto, l’ho tenuto tra le braccia, ma lui già non c’era più. Non ho nemmeno potuto vedere i suoi occhi.

In seguito ho avuto una complicazione e ho subito l’asportazione dell’utero. Il mio sogno di creare una famiglia era morto per sempre.”

Ricaccio indietro le lacrime. So che se inizio a piangere non smetterò più.

“Continui per favore… cosa è successo dopo?” Mi sprona lui.

“Dopo mi sono semplicemente spenta. Non ho mangiato né mi sono alzata dal letto per giorni. Amavo così tanto quel bambino! Così tanto, capisce? Mi sembrava che me lo avessero strappato dal grembo, rubato e io lo rivolevo. Non pensavo ad altro. Lo volevo e basta.”

Riprendo fiato. Faccio un respiro profondo e continuo.

“Un paio di mesi dopo, in una sera piena di fulmini e saette, Thomas è tornato a casa con un gattino. Un piccolo batuffolo grigio tutto bagnato. Un trovatello bisognoso d’aiuto. L’ho preso in braccio e me ne sono innamorata. L’ho chiamato Thor per via dei fulmini di quella sera e anche perché volevo un nome che esprimesse forza. Lui doveva essere forte, sopravvivere. E così è stato. È arrivato in un momento della mia vita in cui pensavo di non poter mai più provare nulla. Provare amore per quella creaturina mi ha fatto sentire di nuovo una parvenza di normalità.”

“Poi c’è stato il lockdown…” interviene il dottore senza commentare in nessun modo ciò che ho appena detto.

“Sì… ed è stato terribile. Mi sono sentita di nuovo in gabbia. I dottori mi avevano detto che non potevo più avere figli, il governo diceva che non potevo più uscire… avevo perso il mio lavoro quando avevo scoperto di essere incinta, non potevo fare altro quindi che starmene in casa coi ricordi, non riuscivo a trovare nulla che mi distraesse. I miei pensieri finivano tutti lì.”

“Non ha elaborato il lutto, Benny…” dice Dubois, ma io non lo ascolto più. L’argine dei ricordi è andato in frantumi e ora non riesco più a fermarli.

“Quella mattina, quella del lockdown si sentivano decine di ambulanze e io avevo associato a quel suono quello della morte. Di quella notte infernale.

Non mi sentivo in me. Thor era scappato in strada inseguendo un topolino e…”

Mi blocco. Rivedo la scena in modo nitido. Quella scena che fino a pochi minuti fa sembrava alterata.

“Thor è stato investito…” continua Thomas per me mentre io tengo lo sguardo fisso sul pavimento.

Dubois si alza gli occhiali sulla testa, in volto pare un po’ confuso.

“Mi ha detto che se l’è cavata con una zampetta rotta, no?”

“La macchina l’ha preso in pieno. È morto.” Finisco io la frase e finalmente vomito l’intero gomitolo.

Cala il silenzio.

Un secondo dopo vengo pervasa da una certezza devastante. Alzo gli occhi sul dottore e poi su Thomas e con un filo di voce e le lacrime agli occhi sussurro: “Ho dato da mangiare a un gatto morto per mesi… era tutto nella mia testa. Deve essere stato terribile per te.”

Mio marito mi avvolge nel suo abbraccio e mi culla soccombendo anche lui al dolore e mostrando finalmente le sue lacrime silenziose.

 

Tre mesi dopo…

 

La ciotola rossa di Thor è in cantina, insieme alle cose che regalerò ai più bisognosi. Giorno dopo giorno ho messo via tutto quello che mi procurava ricordi dolorosi o che la mia mente faceva fatica a elaborare. È stato difficile, ma ci sono riuscita.

Faccio visita al dottor Dubois solo quando mi sento particolarmente affranta, ma devo dire che le sedute si stanno via via riducendo. Mi ha prescritto dei farmaci per i primi periodi, ma presto non ne ho più avuto bisogno, la forza e l’amore di Thomas mi hanno presa per mano e fatto rialzare in piedi seppur con tutte le mie cicatrici. Gli attacchi sono quasi del tutto scomparsi e io mi sento abbastanza forte da parlare del mio dolore a chi sta annegando, come è successo a me. Racconto la mia storia, le mie debolezze, la mia fragilità, ma anche la mia forza, il mio coraggio, la mia voglia di vivere. Con Tom abbiamo affrontato il tema dell’adozione, non mi sento ancora pronta, ma quando starò davvero bene ne parleremo ancora.

La paura della perdita è ancora molto forte dentro di me, però ora riesco a guardarmi allo specchio senza il timore di non riconoscermi. Se guardo fuori dalla finestra posso vedere nuove possibilità e non fantasmi. Quelli li ho avvolti nel mio gomitolo nero e ci ho fatto un cappotto per proteggermi dal freddo del mio dolore, quello con cui convivrò per sempre, ma che d’accordo con la mia mente provata ha deciso di non perseguitarmi più. Ho provato l’amore più puro e più grande che una persona possa provare, l’ho perso, ma non per questo perderò anche me stessa.

Preparo il pranzo e aspetto mio marito prima di andare a lavoro, ho fatto un sughetto buonissimo. Apparecchio, prendo i bicchieri della Nutella con disegnato sopra Topolino e piatti viola con i pois bianchi… no, oggi preferisco quelli arancioni.

 

 


email: chiarapagani87@gmail.com

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