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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

LA RINASCITA

2020-12-06 10:20

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LA RINASCITA

Racconto di Clelia Zarbà

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Il mondo si era fermato. Le strade diventarono deserte, i fumi grigi delle fabbriche diminuirono; pochi mezzi di trasporto si avvicendavano sulle vie principali: una metropoli che cambiò aspetto nel giro di pochi giorni, da quel 9 marzo che mise in pausa la vita, terrorizzata da un virus che voleva portarsela via. Nell’isola, circondata dal mediterraneo, arrivò questo messaggio da lontano: attraverso uno schermo televisivo, gli insulari ebbero la percezione che qualcosa di terribile stesse per invadere la loro terra, la loro vita. E tutto si fermò: la paura fece trepidare gli animi, si divenne schivi dell’altro, lo si evitava, si cambiava percorso, cercando di non incrociare un potenziale untore. E mentre l’uomo si rinchiudeva, la natura ringiovaniva; sì, mentre il suo ospite più numeroso aveva, involontariamente deciso di darle respiro, essa, piano piano, riprese parte del suo spazio: gli uccelli tornarono sui balconi, le balene con i loro schizzi animarono le acque delle coste dello stretto, le papere si allontanarono dalla riva e passeggiarono per le strade, le acque tornarono a splendere di un azzurro limpido. Ed io, affacciata al balcone, riuscivo a sentire le voci delle persone che chiacchieravano, degli uccelli che cinguettavano e, guardando l’Etna, con il suo bianco cappello fumante, la sua imponenza, riflettei su come tutto continuava ad esserci, solo l’uomo si era fermato. Ero sola in casa, non vivevo insieme ad i miei genitori da anni, da quando provai a imbattermi in una convivenza finita male; sentivo i muri freddi, un profondo silenzio intorno a me e dentro me. Non potevo incontrare nessuno, non potevo uscire, se non per comprovate esigenze di salute o di sussistenza. La mia attività era sospesa. Avrei urlato, se avessi potuto. Volevo fuggire da quelle mura, prigioniere del mio animo. Ma non potevo. Finché una mattina, dopo una notte insonne, trascorsa a girarmi e rigirarmi tra le lenzuola stropicciate, mi alzai presto, preparai il caffè e accesi la televisione: “Cosa trasmetteranno a quest’ora? mi chiesi- erano le 7 del mattino. Mi apparve il papa. Il nostro papa Francesco, che entrava, da una porta, in una piccola chiesa, con il suo camminare lesto ma sofferto: giunto all’altare, incominciò a celebrare la messa. Non ero solita frequentare la chiesa, durante la mia “normale” vita, ma da quel giorno mi sveglia ogni mattina, per tempo, per ascoltare il Santo Padre celebrare l’eucarestia e offrire ai fedeli parole di grande conforto. Incominciai a non sentirmi più sola ed ebbi la sensazione che qualcosa stesse cambiando nella mia vita, piatta, vuota e tremendamente silenziosa. Infatti, una mattina, in cui il debole sole rischiarava il cielo, lanciando un’occhiata fuori dalla finestra, mi accorsi di un uccellino che, timidamente, stava saltellando, alla ricerca di qualche mollichina che potesse soddisfare la sua fame: lo osservai posarsi su di un ramo e così la prima, la seconda, la terza mattina. Era, piccolo, con un delicato cinguettio che addolciva il mio buongiorno. Non volevo che andasse via, che non trovasse più ragione di venirmi a trovare ad ogni sorgere del sole; così, nel pomeriggio mi dedicai ad innaffiare le poche piante, a potare i rami secchi, e, la sera, adagiai delle molliche di pane sulla terra del vaso dei due piccoli alberelli di Ficus Benjamin, pronte per esso l’indomani mattina. Lo soprannominai “Pacioccone”, per via del suo robusto fisico e del suo tenero becco.  Ben presto, le mie piante rinvigorirono e le foglie abbandonarono il colore ingiallito per acquistare un verde scuro brillante. Il mio balcone stava riprendendo vivacità, del resto prima non riuscivo a trovare il tempo di prendermene cura, perché rincasavo a tarda sera e, dopo una cena frettolosa, mi sdraiavo sul divano per guardare la televisione; avevo anche perso la capacità di leggere un libro, non riuscendo a completare una pagina intera, per via della stanchezza che prendeva il sopravvento. Invece, in quel periodo di fermo assoluto, ripresi un romanzo, che avevo interrotto molti anni prima, e, con la tazza di caffè e un paio di biscotti, mi posizionai sulla poltrona davanti alla finestra, solo dopo avere ascoltato la messa, avere dato il buongiorno a Pacioccone e avere guardato l’Etna, la Muntagna, che ogni mattina aveva una sembianza diversa e mi rassicurava vederla lì in fermento continuo a tenermi, anch’essa, compagnia. Sopraggiunse il mese di aprile e con esso la primavera: dalle mie piante sbocciarono piccoli fiori colorati e il sole si intiepidì, riuscendo a riscaldare le mie gambe, seduta sulla poltrona davanti la finestra.  Anche Pacioccone, diede il benvenuto al rifiorire della natura, intensificando il suono del suo dolce e delicato cinguettio. Una mattina decisi di provare ad accarezzarlo, volevo dargli la mia mano e, piano piano, cercando di fare il meno rumore possibile, per non spaventarlo, aprii le imposte; fortunatamente, esso rimase a saltellare sul balcone; mi avvicinai con una mollica tra le mani e sentii il suo tenero becco pizzicare sul mio palmo: gli sorrisi ed esso spiccò il volo. Mentre lo osservavo allontanarsi dal mio balcone e raggiungere il mare, sentii una signora esclamare: “La quarantena ha portato un po' di colore in questo condominio!”. Sorrisi, soprattutto quando realizzai che quella frase era rivolta al mio balcone. La ringraziai, focalizzandomi più sul complimento che sulla celata critica per non averlo curato prima. Nacque una simpatia tra me e la signora, con la quale, pur abitando nel mio stesso palazzo, non avevo mai avuto occasione di parlare, raramente l’avevo incrociata nell’androne d’ingresso o nell’attesa dell’ascensore. Ogni mezza mattinata, prima del pranzo, ci ritrovammo a chiacchierare sul balcone e lei mi raccontò di essere vedova e che soffriva del fatto di non potere vedere i suoi piccoli nipoti, addirittura uno appena nato, poiché abitavano distanti. Ognuno di noi stava rinunciando a qualcosa, ma, soprattutto, ai propri cari e alla propria libertà. Focalizzai il mio sguardo lontano, fino al golfo, soffermandomi sulla spuma del mare che avanzava, con un susseguirsi di onde, fino alla costa, e pensai che 100 anni prima qualcun altro, come me, aveva osservato il mare, sperando, forse, che quelle onde potessero trascinare nel fondo quel male che stava mettendo in ginocchio il mondo intero. Ed effettivamente così fu, perché la spagnola sparì dalla circolazione. Sarebbe stato bello, pensai, se avessi potuto piegare la curva del tempo e chiedere alla donna, che stava osservando il mio stesso mare, quale era la chiave per superare tutto quello. Dove aveva preso la forza per vivere? Avrà provato le mie stesse sensazioni, il timore che la fine della mia vita fosse dietro l’angolo? La paura di soffrire, la voglia irrefrenabile di recarmi al mare e schizzare, con i piedi, infinite goccioline sulla sabbia? Chissà cosa avrà pensato? Perché con la morte fisica, muoiono anche i pensieri? Mi chiesi. Quello che ciascuno di noi ha pensato, durante la propria vita, vola via insieme alla nostra anima, l’unico luogo, in cui trova piacevole dimora, è nel cuore di chi rimane, di chi alimenta quei pensieri facendoli propri, in un crescendo che non trova confini temporali. E io provai a valicare quel limite, arrivando con la mia mente così lontano da sentirmi per un attimo spaurata. La vidi, con quell’abito lungo e il viso coperto da una mascherina di stoffa, seduta sul balcone a pensare. Poi, un rumore assordante e improvviso mi ricondusse al presente: un elicottero dei soccorsi stava sorvolando intorno al mio quartiere, per atterrare in ospedale; per un attimo mi si strinse lo stomaco al pensiero che qualcuno, lì dentro, stesse combattendo tra la vita e la morte. Lo seguii con lo sguardo, per accertarmi che arrivasse a destinazione e tranquillizzarmi, almeno, per il fatto che l’uomo avrebbe ricevuto le cure per tentare di sopravvivere. Un altro suono, stavolta piacevole, mi distolse da quei pensieri angoscianti; suonarono al campanello: “Chi poteva essere?” non aspettavo nessuno e nessuno, credo, potesse aspettare qualcuno, durante il lockdown. Incuriosita, mi recai alla porta e, con sorpresa, scoprii che l’artefice di quel suono era stata la mia nuova vecchia amica, che, munita di mascherina e guanti, si presentò con un vassoio in mano, dicendomi: “Questa è per lei, l’ho appena sfornata”. I miei occhi brillarono e il mio olfatto impazzì a quell’odore così intenso, in cui si distingueva quello delle mele cotte. “Grazie mille, sono piacevolmente esterrefatta e commossa dalla sua gentilezza”. Rimasi, davvero, senza parole, una signora sola, conosciuta da pochi giorni, aveva mosso nei miei confronti un gesto di riguardo, per nulla dovuto. Il tempo di sedermi e agguantarne una fetta, risuonarono alla porta: “Cosa avrà scordato?” mi chiesi. Aprii, senza neanche guardare, ma nessuno si era presentato, mi guardai intorno con attenzione, ma nulla. Non poteva essere stata la mia immaginazione: un delinquente? Pensai. E perché mai avrebbe dovuto bussare alla mia porta? Ma, nel richiuderla, notai qualcosa sul tappetino: un piccolo fiore con un biglietto che riportava queste parole: “Da un tuo ammiratore”.

Rimasi, forse, ancora più sorpresa della torta di mele. Rincasai, stavolta senza uscire in balcone, per godere della mia solitudine e dei doni ricevuti: non era Natale, ma erano stati i più bei regali che avessi ricevuto negli ultimi anni della mia vita. Mi scese una lacrima di gioia. Quella sera andai a coricarmi ricca di affetto, era la prima volta che non mi sentivo profondamente sola: avevo la mia torta e il mio fiore.

Da quel giorno bussarono ogni pomeriggio alla porta, depositando sul tappetino un pensiero sempre diverso, accompagnato da un fiore. Un altro appuntamento si aggiunse alla mia giornata, un momento che attendevo con trepidazione e, piano, piano, giorno dopo giorno, mi innamorai di quelle dolci parole: mi travolsero, qualcuno stava facendo battere forte il mio cuore. La mia curiosità crebbe sempre di più, avevo una grande voglia di scoprire chi si celasse dietro quel gesto così galante e quale volto avessero quelle parole così amorevoli e profonde. Non riuscivo a spiegarmi da dove provenissero quei doni, dato che si poteva uscire solo per comprovata necessità lavorativa, di salute o sussistenza e vigeva il divieto di spostarsi al di fuori del proprio comune. Forse era più vicino di quanto pensassi. Finalmente, un giorno, in uno dei biglietti, il mio ammiratore svelò qualcosa che dissolse un po' l’alone del mistero: “Eri così piccola, quando, scorrazzando nel vialetto di tua nonna, cadesti sbucciandoti il mento: ricordo perfettamente il rosso del sangue lungo il tuo tenero collo; i tuoi lucidi e grandi occhi verdi, sofferenti, sono ancora dipinti sulla retina dei miei. Da allora accendesti una fiamma nel mio cuore, che neanche i chilometri e gli anni sono riusciti a domare”. Era qualcuno che mi conosceva da tempo, che aveva vissuto, con me, gli anni dell’infanzia, quel periodo di assoluta spensieratezza, in cui l’abbraccio di mia nonna, forte e avvolgente, mi ricaricava, infondendomi allegria e riempiendomi di smisurato amore. Provai ad affacciarmi in balcone a tarda sera, quando il buio e il silenzio erano gli unici a popolare l’atmosfera. Pochi attimi dopo si accese una luce nella stanza di fronte: non apparve nessuno, solo un grande cuore rosso, appeso sulle lastre di vetro, con su scritto: “Alla fine della mia quarantena, verrò, se tu vorrai aspettarmi”.

Realizzai che erano giorni che mi osservava, seduta sul balcone, l’unico ponte che mi aveva permesso di affacciarmi al mondo che si era fermato. Non scoprì il suo volto, continuò a donarmi profondi messaggi, che, presto, si trasformarono in lunghe lettere, in cui mi raccontò della sua vita, degli anni che ci legarono e della scelta di andare a studiare e, poi, lavorare fuori dalla Sicilia, dalla sua amata Catania. Anche lui, come me, osservava ogni mattina il nostro Vulcano, per sapere se il suo risveglio fosse sereno, solitamente fumante o terribilmente inquietante. Poi, improvvisamente il silenzio: nessuno suonò più alla mia porta. Quel momento, tanto atteso nel pomeriggio, non arrivò più ed io guardavo dallo spioncino il pianerottolo, sperando di vedere qualcuno o qualcosa: nulla, solo vuoto. La luce della finestra si accendeva la sera, ma era fioca, comunicando all’esterno, una grande tristezza. Crebbe in me la paura, quel silenzio non poteva essere voluto. Quelle parole dovevano essere sincere, troppo limpide per essere false. Cosa stava succedendo? La risposta arrivò nel vuoto della notte, quando, avvertii un suono in lontananza, che si avvicinò sempre di più e aumentò di intensità fino a fermarsi proprio sotto il mio palazzo. Stavano portando via qualcuno. Il blu della sirena illuminò il quartiere. Dall’ambulanza scesero due uomini, vestiti con tute bianche, maschere al viso e guanti, pronti a soccorrere chi stava chiedendo aiuto. Volli rimanere affacciata alla finestra tutto il tempo necessario per vedere chi stava per salirvi sopra, quale respiro fosse appeso ad un filo. Dopo qualche minuto, la luce della sua finestra si spense: mi tremarono le gambe. Rimasi immobile dietro il vetro, portai le mani giunte al petto e incominciai a pregare Dio. I due uomini in bianco, tenevano tra le mani una barella, sulla quale era sdraiato un uomo giovane con una maschera d’ossigeno che gli copriva il volto; una donna anziana, sofferente e claudicante, lo teneva per mano, stretto stretto, tentando di stare al passo dei soccorritori. Giunta innanzi al mezzo di soccorso, esitò a staccarla: lessi, in quel gesto, il profondo dolore di una madre, straziata dalla sofferenza del proprio figlio, che non voleva lasciare andare. Staccò la presa e si inginocchiò a terra; le sue ginocchia, puntate sull’asfalto, portavamo il peso della disperazione; pianse e pianse nel buio della notte. Chiusero le porte e se lo portarono via, via dal suo cuore e dal mio. Il suono dell’ambulanza si allontanò e si affievolì, fino a sparire, insieme a lui.  

Le luci dell’albero splendono davanti ai miei occhi, fuori piove e l’acqua si riversa incessantemente sul mio balcone. Fra poco arriverà l’inverno: un lungo anno sta per terminare. Ma nelle case è già entrato il freddo gelido: si sentono ancora morti, morti a causa dell’omicida che resiste, insinuandosi nel corpo e provocando immensa sofferenza. Le ambulanze continuano a sfrecciare e le sirene a coprire i rumori delle macchine; ad ogni suono, che riporta alla mia mente quella terribile notte, il mio pensiero corre verso chi sta combattendo per rimanere qui tra noi. Osservo il presepe brillare, il suo cielo blu risplende tra i pastori che attendono il messia, colui che cambierà il mondo. Stavolta non sono sola, quel profondo e insostenibile silenzio ha lasciato il posto al calore di lui, del mio ammiratore, i cui occhi brillano più delle luci dell’albero e la lucentezza del suo sorriso parla della felicità di avere superato il dolore, che lo ha attraversato. I suoi grandi occhi verde scuro riflettono la profondità del suo animo, che leggevo nei lunghi messaggi, intrisi di parole così soavi, da farmi innamorare. Gli stringo forte la mano, lo accarezzo felice, perché ha vinto la sua battaglia. Adesso è il mondo che deve vincerla. La stella cometa, in quel piccolo villaggio che brilla, accende una speranza, che non può spegnersi: del resto, non c’è distruzione che non annunci una rinascita.


email: clelia.zarba@yahoo.com

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