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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

LA TERRA DEL PRESENTE

2020-12-06 09:50

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LA TERRA DEL PRESENTE

Racconto di Francesca Sanfilippo

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Gioia aveva fra le braccia la sua chitarra classica, mentre pensava ai contenuti da inserire nel video che avrebbe girato in salone. Il tema era la libertà. Non l’aveva scelto perché quel giorno ricorreva l’anniversario della liberazione d’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista. Era il venticinque aprile duemilaventi di una spaventata Italia in quarantena. Il primo mese Gioia rimuginava maledicendo il Covid-19 e il mondo intero. Poi un giorno aveva parlato con Serena, sua sorella e al contempo migliore amica.

«Gioia ma se non riesci a studiare prenditi una pausa. So che è difficile, ma appena apri un libro ti alzi dopo un minuto e cominci a vagare per casa, oppure ti assale il mal di testa. Bhe, il tuo corpo ti stando dei segnali chiari. Fai qualcosa di diverso. Perché non tiri fuori la tua vecchia chitarra?».

«Ma non posso perdere tempo con queste cose. Ora che siamo in quarantena ho più tempo per me. Devo sfruttarlo per produrre. Devo laurearmi presto! Già il futuro mi sembra sempre più lontano in quest’Italia piena di cervelli in fuga, se poi procastino….».

«L’ansia per il futuro non può contaminare il tuo presente. E che ti piaccia o no è questo il tuo presente. Il presente di tutti noi. Usiamolo per ri-crearci. Fai respirare la tua mente. Coltiva l’attimo. Concimalo con tutto che ti fa sentire viva. Da questa terra nasceranno i frutti che sfameranno la tua anima, che a sua volta nutrirà tutti gli attimi a venire. Quindi il tuo futuro.».

«Hai ragione sorellina, come sempre. Grazie.».

Del resto era sempre stata la più saggia fra le due. Non solo sapeva ascoltare le persone. Era in grado soprattutto di sentirle. Durante la quarantena Gioia trascorreva molto tempo su Facebook e alcuni dei suoi post erano palesemente rabbiosi. Altri apparentemente razionali e distaccati ma nascondevano interi fondali di emozioni. Per sondarli non bastava  conoscere il carattere di Gioia. Solo chi sa leggere il “non detto” può captare certi segnali. Serena ci riusciva sempre, era come se respirasse quella cupezza, o qualunque altro stato d’animo, sentendone l’odore da dietro un sipario di pixel. Anche quando aveva davanti a uno sconosciuto nessuno sguardo impassibile poteva fregarla. Scandagliava ogni parola, anche da quelle che gli altri reputavano insignificanti ricavava il testo e il sottotesto. Ecco perché mancava a tutti. Lavorava come docente di sostegno in un liceo di Torino, città in cui era emigrata ormai da due anni, lasciando Catania. Anche lei soffriva. Certo, al telefono dissimulava per non dispiacere Gioia e i genitori. Ma poi sui social network scriveva dediche alla sua terra, quindi di riflesso ai suoi cari. Per tutti noi che l’abitiamo e la viviamo, la Sicilia è una madre generosa e amatissima. Con i suoi aromi, i suoi sapori. Il suo sole e le sue oasi, perle naturali del creato. Ma da questa madre prima o poi sentiamo l’urgenza di scappare via perché spesso la sentiamo matrigna. Il suo clientelismo politico, l’omertà, il lavoro nero e lo sfruttamento, che accettiamo a testa bassa. Questo e altri veleni guastano il latte dei suoi seni. Poi quando l’abbiamo lasciata bussa di nuovo il bisogno di tornare da lei, che è sempre nostra madre. Ma alcuni di noi sopportano troppi pesi sulle spalle, fino a quando un evento funge da effetto domino e fa crollare tutto. Serena era crollata e si era rialzata. Era corsa via lontano e non si era più voltata in dietro. Ora insegnava agli altri a rinascere. Gioia si era ripromessa che un giorno anche lei sarebbe stata d’esempio per gli altri, avrebbe fatto qualcosa per migliorare la sua terra. Ma prima doveva compiere la sua missione personale. E solo dentro l’attimo si può e si deve agire. Accese la videocamera e impugnò la chitarra. Avrebbe suonato “La libertà”, di Giorgio Gaber.
 


email: francysanfilippo85@gmail.com

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