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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

POLVERE DI CAFFE'

2020-12-05 21:46

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POLVERE DI CAFFE'

Racconto di Clemente Cipresso

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Scaricare i pensieri su una pagina bianca mi ha sempre aiutato a dare un significato alla confusione, a razionalizzare gli eventi, a ridurre le preoccupazioni. Per questo, perdonami per aver scritto tutto su di te, ma voglio assicurarmi di avere sempre qualcosa là fuori che mi ricordi questo momento. 

Ti scrivo per lasciare finalmente fluire le emozioni senza più difendermi con la ragione, senza tentare più di avere tutto sotto controllo, perché sono stanco, perché voglio tornare nella mia amata Sicilia, a respirare senza affanno, magari a fare progetti strampalati e poi riderci su.

Il 2020 mi ha fatto rovinare un centinaio di relazioni, alcune che avevano bisogno di essere rovinate e altre no. All’inizio di quel malauguratissimo anno, eri seduto accanto a me, russavi o cercavi di leccarti il ​​sedere. Brontolavi, cercavi di falciare chissà cosa, ti graffiavi, fissavi. Principalmente fissavi. Cosa, non lo so, ma qualunque cosa, non era lì.

Volevamo un cane da un po’ di tempo da aggiungere al serraglio di tre gatti che stavano diventando troppo grandi per i loro stivali. Avevo preso qualche chilo e il dottore mi aveva detto di portare un cane a passeggiare. Siamo riusciti a trovare l’unico cane del pianeta a cui non piaceva camminare, ma preferiva annusare, ignorando volutamente le mie chiamate finché non mi vedeva immergere una mano dentro una tasca e tirare fuori una sorpresa. Quando ciò accadeva, il tuo udito sbiadito saliva a undici e le tue gambe colpite da artrite potevano dimenarsi a più di venti chilometri l’ora.

Mentre sono su questo treno, faccio un viaggio a ritroso dentro questa ruga distesa sul mio viso come una coperta a tener calda la memoria di aver strizzato troppo a lungo gli occhi per difendermi dalla luce, questa ruga posta accanto ai miei occhi m’impone di staccarmi dalla tua assenza ingombrante e trovare un posto solo mio.

Tra poche ore tornerò a casa, la tua!  Rivedrò i tuoi spazi, sentirò ancora l’odore della polvere del caffè sparsa qua e là, e la stessa stretta al cuore che mi prende ogni volta che entro in un bar.

 

Siamo andati al canile in un soleggiato venerdì di Giugno e abbiamo girato quel posto deprimente, innamorandoci di ogni cane che abbiamo visto e rattristendoci di alcuni di loro che erano lì da oltre due anni. Eri in una gabbia con un altro Jack Russell ma ti avevamo completamente ignorato come possibilità: i terrier inseguono i gatti, giusto? Abbiamo mostrato all’amministrazione la nostra lista di potenziali cuccioli cui hanno detto "No, No e No" perché non erano tutti adatti a convivere con i gatti o a essere lasciati soli durante il giorno. Eravamo così frustrati. 

Sconsolati e tristi, abbiamo iniziato ad allontanarci, quando una donna ci ha richiamato.

Vaniglia, poiché era quello il tuo nome, portava con sé un destino così crudele che non auguro a nessun uomo adulto, così come la prospettiva di gridare "Vaniglia" attraverso i parchi e i prati di campagna, ti abbiamo amato immediatamente. La donna ha detto che avremmo potuto testarti prima con i gatti, il che, invece di sederti su una sedia di pelle nera, abbassare le luci e farti domande sulla storia della specie felina, essenzialmente implicava portarti in un allevamento e vedere se provavi a mangiare i gatti. Ti abbiamo portato nell’allevamento e hai provato a mangiare il cibo per gatti ignorando completamente i gatti. Ti abbiamo accompagnato a fare un giro per il campo, tu trotterellavi accanto a noi e guardavi in ​​alto ogni pochi passi come a dire "Sto facendo bene?" Alla fine del circuito, ti sei seduto e hai guardato in alto. Ti ho stretto tra le braccia, ti sei voltato e hai leccato Anna e poi me, e basta. Mentre ce ne stavamo andando, la donna ha aggiunto, quasi per inciso, "A proposito è mezza sorda, ha l'artrite e un soffio al cuore", che avevi undici anni e che eri stato trovato randagio.  Nei mesi successivi ci siamo spiegati il perché eri diventato un cane randagio.  Soprattutto quando siamo andati in campeggio e pensavamo di averti perso per sempre. Ti abbiamo trovato in una tenda perché un uomo aveva un maglione rosso come il mio e tu avevi deciso che lui era TUO PADRE! Oppure quella volta in cui il parrucchiere di Via Roma mi ha chiamato in ospedale per dirmi che eri scappato dal nostro giardino, eri salito in macchina ed eri rimasto lì per dieci minuti aspettando di partire per una nuova avventura mentre leccavi le caviglie delle persone che si pettinavano.

Avevamo letto tutti i libri su come gestire un cane in casa, come organizzare un letto al piano di sotto, non lasciarti entrare dalla porta principale, non darti da mangiare dai nostri piatti. Eppure, dopo una settimana stavi già oltrepassando tutte le regole, dormendo tra i nostri cuscini e rubando intere bistecche dai piatti, entrando tutte le volte in bagno con me.

L’addestramento non è mai decollato. Sai, quelle cose che si dicono spesso "seduto", "zampa" e "premio".  Quando ti abbiamo portato a casa per la prima volta, sei rimasto nella stanza degli ospiti in modo che i gatti potessero abituarsi a te e tu a noi. Innumerevoli bambini venivano da te per strada, ti accarezzavano, ti baciavano, ti cavalcavano, le nonne ti accarezzano per ore e ti lasciavi coccolare, coccolare e coccolare.. Gli adulti sorridevano quando ti vedevano ondeggiare o quando indossavi la felpa perché temevi il freddo. Quando stavamo per uscire e la tua coda iniziava a ronzare come un elicottero. Quando camminavi e le orecchie si alzavano e si abbassavano. Quando scendevi le scale e il sedere andava da una parte all'altra, come uno sciatore. Quando sognavi, ti agitavi e ti contorcevi immaginando di essere il sovrano dei gatti. Quando intrappolavi Anna in un angolo della casa ogni volta che tornava da fuori leccandogli la faccia per più di mezz’ora.

Con l’avvento della pandemia molte cose sono cambiate. Eri confuso e ti sentivi spesso stanco. Abbaiavi parecchio quando correvo per le urgenze in ospedale, dormivi nel corridoio vicino la nostra camera, incerto su chi dovevi confortare per primo. Facevi in questo modo: iniziavi la notte vicino a me e ti svegliavi vicino ad Anna, assicurandoti che entrambi ricevessimo le tue attenzione. Naturalmente, stavi cercando di sistemarci a modo tuo. 

La tua coda era sempre scodinzolante e la faccia sempre più confusa quando ci vedevi entrare con la mascherina. Ti piaceva annusare e spargere dappertutto la polvere del caffè e qualsiasi sostanza si trovasse per strada fuori da McDonald’s. Abbiamo speso centinaia di euro per ogni cibo per cani disponibile, ma dopo una settimana, storcevi il naso e chiedevi un cambio di menu. 

 

Un po’ alla volta hai cominciato ad allontanarti. Quando hai avuto la tua prima crisi, era settembre.  È stato terrificante vederti così smarrito e spaventato. Hai iniziato a fare pipì in cucina e rallentavi un po’ alla volta. Altri giorni non volevi per niente camminare. Credevamo fosse la tua artrite che si manifestava con il freddo, ma poi sei caduto dalle scale. C’era qualcosa che non andava. Due giorni dopo, hai avuto un altro attacco, il peggiore. Ci siamo resi conto che stavi rallentando come un robot che esaurisce le batterie. Hai iniziato a fissare la porta d’ingresso, grattando per essere lasciato entrare e uscire mentre camminavi in cerchio.

Il veterinario ha detto che avevi la demenza, i tuoi reni sembravano in difficoltà e avevi l’epilessia. Sei peggiorato. Il tuo povero corpo era distrutto dallo sforzo. Artrite, sordità, soffio al cuore, insufficienza cardiaca, problemi renali, demenza, epilessia. Un elenco illimitato di motivi per cui abbiamo iniziato a pensare di lasciarti andare. Il veterinario ha detto che dovevamo prendere una decisione perché la qualità della vita non era più quella di prima. È incredibile quanto puoi essere egoista quando ti rendi conto che perderai qualcuno che ami.

Sei passato da un cane felice, saltellante e sciocco a quello che poco dopo sembrava essere un vaso vuoto, desideroso di calma e sonno. È successo tutto così in fretta.  Un giorno, ci siamo seduti su un gradino al sole, ti ho preso tra le braccia come un bambino, per più di un’ora. Mi hai guardato negli occhi per anni. Eri così stanco e le tue palpebre continuavano a cadere finché non ti sei addormentato al caldo.

Intanto i contagi continuavano ad aumentare e i lavori per accrescere i posti letto erano in grande ritardo. La seconda ondata stava già mettendo sotto stress gli ospedali. Alle regioni del Nord mancavano medici e infermieri e il mio telefono squillava incessantemente.  

Quella mattina hai dormito fino a mezzogiorno nella tua cesta. Ti sei svegliato e sei andato su per le scale e poi giù, in bagno e poi di nuovo in giardino. Poi ti sei seduto in mezzo alla stanza e mi hai guardato con i tuoi occhi tristi e stanchi.

 

La settimana prima che cominciassi il mio nuovo lavoro a Milano ti abbiamo portato dal veterinario per l’ultima volta. Abbiamo trascorso l’ultimo fine settimana io e Anna, con te. Ti abbiamo portato al parco e ti abbiamo dato da mangiare bistecche, tante coccole e ci siamo assicurati che ti sentissi amato. Abbiamo sperato nella tua felicità e volevamo solo che tu fossi libero di inseguire i conigli in qualsiasi posto dove le tue gambe non facevano male e tutto non era così confuso.

 

Per un periodo indefinito ho lavorato incessantemente giorno e notte indossando continuativamente una cuffia, una tuta dalla testa ai piedi, calzari, una doppia mascherina, guanti e visiera sudando tantissimo, facendo pause di soli venti minuti ovvero il tempo per rivestirsi e andare in bagno.

I malati indossavano un sacco di plastica sulla testa mentre l’ossigeno era spinto con una forza impressionante. Gli infermieri avevano i nomi scritti sui camici, nessuno urlava, molti se ne vanno in solitudine.

 

Dopo molte settimane siamo riusciti a sconfiggere il Coronavirus. Abbiamo fatto il vaccino e la vita è ritornata alla normalità. È nata Gaia. Una bambina tenera dagli occhi enormi. Vuole giocare sempre agli origami. Somiglia a te quando fissa una cosa. Ogni giorno prepara l’angolo giochi come se fosse un rito. Controlla attentamente che la carta sia ben pulita e nel fare questo, mi fa notare la sua attenzione verso i dettagli. Intanto sono il papà più buono del mondo, me lo confessa scherzando ed io sto al gioco. Tutte le volte che comincia, muove le mani delicatamente. Piega la carta come se stesse piegando un petalo di rosa. Parte sempre dal bordo sinistro in alto e poi prosegue verso il basso. Ha tra i capelli l’aria di primavera, negli occhi la gioia e la spensieratezza di un mondo tutto suo.

Sopra Acitrezza c’è sempre un leggero venticello. I primi due aeroplanini volano lungo il cortile, altri s’infrangono lungo fiori di colore fucsia. Gaia soffia con tutta l’aria che ha nei polmoni, ma il suo respiro si perde nell’infinito. Siamo soli, l’aria profuma di mare. Davanti a noi la città con i suoi tiepidi raggi di sole. Mi guarda spesso con occhi indifferenti, poi comincia a parlarmi nella sua lingua incomprensibile.

Sono i nostri momenti dell’amore, la pelle è secca e bruciata dal sole di Sicilia, il mare piatto e l’acqua che sa di caldo.

 

Ti vogliamo bene Vaniglia


email: c.cipresso@libero.it

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