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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

AMARO LUCANO

2020-12-05 19:53

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AMARO LUCANO

Racconto di Salvo Puglisi

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                      Cronaca del viaggio agro dolce di un utopista…fuori pista…                             

                                                            

         Il cervo entrò nell’ottica e quando il binocolo fu ben saldo tra le mie mani lo vidi, lento e maestoso, ruotare l’ampio palco verso di noi, elargendo all’universo il suo contributo di eleganza. La guida ci aveva raccomandato di scrutare bene perché, poco discosti, altri due esemplari giacevano alla corte del grosso maschio, nella calma della sera.

Quel pomeriggio il gruppetto si era ritrovato a Pescasseroli e, ciascuno a bordo del proprio mezzo, aveva seguito Rolando, la guida del comprensorio con cui avremmo intrapreso il sentiero della Cicerana, Parco d’Abruzzo, nella speranza di avvistare una famiglia di orsi Marsicani.

Mi trovavo lì per aver avuto un assaggio di quella regione giusto un paio di inverni prima. Non c’era poi tanta neve quell’inverno, ma questo per me non era stato un assillo. Da tempo avevo smesso di frequentare il bailamme di piste colorate da presenze eterogenee, chiassose e tecnologiche. Le silenti passeggiate in montagna, fin da ragazzo, continuavano a darmi, immediato, il senso del divino. Si divertissero pure a sciare, per parte mia avevo scelto diversamente.

In quel territorio ampio ed aspro avevo avvertito, gradita sorpresa, la forza della dimensione umana in seno all’ambiente ancora integro. Quel territorio, inoltre, aveva subito l’insulto recente del terremoto e pian piano gli abitanti cercavano di uscirne rimboccandosi le maniche. Pertanto mi era piaciuto quel loro senso di ospitale dignità e, malgrado il mio fosse stato un contatto breve, meno di una settimana, era bastato affinchè ne facessi un luogo d’elezione ripromettendomi di tornarci alla prima occasione. Adesso era d’estate ed ero lieto di aver potuto mantenere la promessa.

Così ricordo che si stava davvero bene, quel pomeriggio di luglio, con l’odore di resina lungo il sentiero, tra querce e faggi disseminati nelle vallate ampie, e chiare, bordate dai calcari millenari. Quei paesaggi carsici erano un netto contrasto per i miei orizzonti mentali usi al grigio della sciara, il deserto lavico il cui etimo proviene da Sahara, e questo mi suscitava uno speciale interesse.

Rolando, data l’età, doveva averne visti davvero tanti avventurarsi dalle sue parti. Sostava di tanto in tanto ad aspettare i più lenti, approfittando per rifiatare e, all’ombra di un albero, spiegarci qualcosa. Con la pazienza del mestiere sorvolava sulle domande fuori luogo, poi riprendeva il cammino. Sul far della sera, da programma, saremmo arrivati dunque alla Cicerana, l’eco rifugio in cui ci aspettava la cena e dove una famigliola si sarebbe trattenuta anche per la notte. Gli altri, io e Marco compresi, saremmo rientrati la sera stessa, a ritroso lungo il sentiero, al chiarore delle stelle.

L’ultima sosta prevista avvenne in prossimità di un poggio verdeggiante dal quale si apriva ampio panorama. Dissi a Marco <… da qui, Messere, si domina la valle… quel che si vede, è…> ma sapevo di non essere Astolfo e, men che meno, di trovarci sulla luna. La vallata era profonda e cangiante, inframmezzata da radure e macchie di ceduo e, malgrado non vi fosse l’arcadia di un rivo ad attraversarla, mi restituiva per intero un senso di pace ritrovata, come può succedere dopo un litigio con la propria donna, con la quale, immediatamente, si fa l’amore per la sospirata speranza di nuova ed eterna alleanza. Mi ripresi dalla divagazione mentre Rolando diceva che con un po di fortuna, da quel punto lì, avremmo potuto avvistare i plantigradi. A scanso d’equivoci aveva messo le mani avanti tenendo a ribadire che nessun avvistamento poteva essere garantito, deludendo alcuni faciloni che pregustavano già il rito del social post con l’orso, a certificazione della loro esistenza in vita.

 Oltre la valle, dalla postazione, potevamo vedere di fronte la risalita del crinale raggiungere una quota appena più elevata della nostra. Un ghiaione ne discendeva, osseo e ripido, ad interrompere la continuità verde che costituiva il fondale della scena. Trovai da potermi allungare, rilassando i muscoli della schiena, alla base di un grosso leccio, incuneandomi tra le radici accoglienti vellutate di muschio. Dopo qualche minuto alcuni di noi si resero conto che i piccoli cannocchiali di cui disponevamo sarebbero risultati inadatti ad inquadrare altro che non fosse un merlo tra i rovi, al più uno stormo di cornacchie gracchianti sopra le nostre teste. Rolando aprì lo zaino e trasse il suo, potente e dotato di treppiedi, e quando lo piazzò ciascuno, a turno, poté dare un senso più compiuto all’escursione.

Per gli orsi ci sarebbe stata un'altra occasione, mi dissi, mentre godevo la vista dei cervidi. Chi è stato cacciatore, o forse anche solo appassionato del cinema degli anni settanta, non può non avere netta l’icona di De Niro, nonni originari di Ferrazzano, due passi da lì, quando mira alla testa del cervo mentre l’animale si gira a guardarlo, gelandogli il cuore e spezzando i nostri. La scena del Cacciatore mi tornò fulgida agli occhi e mi emozionai pensando che, da quando avevo visto il film, erano passati più di quaranta anni e molte cose erano successe.

E davvero troppe cose dovevano essere cambiate se, il giorno seguente, sdraiato nella camera del piccolo hotel, in attesa di ripartire, distolsi lo sguardo da whatsapp per incupirmi guardando il televisore che sgranava il suo rosario di notizie. Avevo ancora l’animo colmo dell’incanto vissuto la sera avanti e questo creava una cortina stagna tra me e la realtà.

Come ipnotizzato dalla centrifuga di una lavatrice la mia mente viaggiò a ritroso, all’oblò di una nave da crociera dal quale, anni prima, avevo avvistato in lontananza un barcone da pesca scambiandolo per una carretta del mare carica di clandestini. Quella suggestione mi avrebbe portato, in seguito, a scrivere qualcosa circa due giovani sudanesi, Fathima e Rashid, anime pure immolate al profitto di moderni negrieri. Consideravo che la tratta di uomini e donne non si era mai conclusa e nessuna guerra di secessione aveva mai posto davvero fine all’umana vergogna che adesso appariva come il vero, unico e solo problema emergente a livello nazionale.

Mentre attendevo che il mio compagno di viaggio finisse di prepararsi il tg scorreva e adesso focalizzava una zona che conoscevo bene, che amavo e che consideravo parte della mia base identitaria. Vedevo il parco dello Zingaro in fumo, nel riverbero di un sole impietoso a sbiadire la violenza di fiamme che, sottotraccia, continuavano l’azione cancerosa di combustione di linfe, radici e chiome di ciascuna di quelle piante. Lì vegetava la palma nana, la più settentrionale nel bacino del Mediterraneo, esotismo e risorsa naturalistica peculiare di quella che era stata la prima riserva integrale in Sicilia, sottratta a fatica alla cementificazione di rapina, se sappiamo intendere di quale oltraggio a criminalità e potentati stiamo parlando.

Era quella una immagine apocalittica che mi toglieva ogni voglia di essere uomo.

Il nero dei fusti fumiganti mi ricordava l’angoscia degli scheletri in pena lungo i sotterranei delle catacombe di Palermo. I sentieri che avevo amato - la costa che da Scopello spazia fino alle acque di San Vito - apparivano perduti in un asfalto putrido che sapeva di morte mefitica. Essere certi, desolatamente certi, che le mani di pseudo uomini, di molti di loro, avevano prodotto quell’orrore per la miseria di un ingaggio in cui, essi stessi, sarebbero stati chiamati a ripulire e ripiantare mi risultava mostruosamente inaccettabile. Altrettanto assurdo era prendere atto di questa ammuina, di questa tela di Penelope a trama di vita e ordito di morte, per un nodo gordiano non dipanabile, l’urgenza rapace di procacciarsi un lavoro.

Ai miei occhi era come se costoro avessero assassinato, ardendola, la loro stessa madre, questo pensavo, e poi cercato di imbellettarne il cadavere per l’obbligo sociale di doverlo esporre ai congiunti in visita di lutto, recitando beffardi per elemosinare commiserazione < … era una persona buona, che male faceva se continuava a vivere ancora un poco…>, mistificando il matricidio compiuto. Non sapevo se immaginare a monte una regia di mafia ma, in fondo, non mi pareva che il risultato cambiasse di molto.

In quel loop di immagini angoscianti avevo difficoltà a tenere a freno i pensieri. Le belle sensazioni del giorno prima, i cervi, la cena frugale che ci aveva rifocillato e la successiva discesa, nel buio della notte, durante la quale il cane della guida aveva puntato i cinghiali, fragore tra i cespugli, riportandomi a paure ataviche seppellite chissà in quale spirale remota del mio dna, tutto era andato a farsi benedire, dissolto tra le macerie in fumo. E questo mi affliggeva spingendomi a maledire ogni cosa, il mio stesso seme di sapiens rapace, violento sulle donne, guappo di camorra - ovunque nel mondo, di questo sono certo - pronto a strafottere l’universo per brama e cupidigia.

             E mi interrogavo, ingenuamente, sulla genesi dei distinti misfatti che assurgevano a piaghe umanitarie in una escalation concatenata in cui il surriscaldamento globale provocava lo scioglimento dei ghiacciai, così che l’Himalaja si fonde inondando il Bangla Desh e causando immane emigrazione di massa, per esempio.

Ma prendevo ancora tempo, esitavo col pensiero per indulgere e vedere di salvare almeno una parte di antropologia di cui, come ciascuno, mi sentivo parte e convincermi che, almeno in principio, l’uomo era stato equo, sul pianeta, e poter dar la colpa, non so, alla rivoluzione industriale? Di certo la più facilmente imputabile, nello scenario controverso di inquinamenti e sfruttamenti i cui prodotti erano stati alienazione e abbandono definitivo dei canoni di bellezza. Era stata dunque questa la decantata evoluzione, spacciata per progresso, che ci aveva portato a crescere fino a sette miliardi su di un pianeta dai confini ben precisi? Oppure tutto era iniziato già, ineluttabilmente, fin dai primi uomini che scoprono l’agricoltura, il profitto che ne deriva e le conseguenti guerre per la proprietà degli spazi terrestri? “ The answer, my friend, is blowin’ in the wind… (B. Dylan)

               Il servizio successivo parlava di moda, forse per alleggerire, e quello dopo magnificava una operazione che si era conclusa con una retata, l’ennesima, che aveva smantellato una famiglia che controllava numerose piazze di spaccio, da qualche parte nel sud Italia.

In un passato scioccamente perbenista giocavo ai buoni e cattivi. Adesso avevo il ghiribizzo di assolvere l’uso ludico, sporadico e terapeutico delle droghe leggere, condannando coca e droghe sintetiche in offerta speciale per la massa demente, amorfa e gaudente che, secondo il vangelo rap di Frankie hi – nrg, è fatta di quelli che “tiratissimi, si infarinano, si alcolizzano e poi si impastano su un albero, boom “. Al tempo stesso capivo meglio i sermoni di chi ben pensa, accusando, “…loro sì che sono la feccia immonda della società civile”, additando al ludibrio pubblico i derelitti che col doping avevano alzato l’asticella, sacrificando la vita e quella dei loro cari, finendo per arricchire alcuni di quegli stessi censori collusi, innalzando cattedrali di dolore per narcotizzare il dolore stesso, e la pena, e l’orrore per le guerre, le carestie, i genocidi o le semplici faide private. Per questi fratelli fragili provo la stessa commiserazione che sento, carezza di misericordia, verso l’umanità tutta le rare volte che riesco a sentirmi in pace.   

               Su tutto questo andavo elucubrando quella mattina e così, avvertendo che stavo per avvitarmi in qualcosa che non avrebbe prodotto nulla di buono, cambiai canale passando su una rete sportiva. Poi Marco fu pronto, pagammo il conto e lasciammo Pescasseroli con lieve dispiacere. Nel pomeriggio ci saremmo fermati in Basilicata, l’antica Lucania dove, on the road, avevamo sentito di un luogo mirabolante e a noi sconosciuto.

Questo, pensavo, è ancora il prodigio del viaggio nell’era della globalizzazione. Il privilegio di potersi stupire trovando qualcosa di inatteso, in un divenire di accadimenti, di scoperte belle o meno, proprio come accade nella vita. La differenza sta nel fatto che, almeno in questo caso, a decidere siamo noi. Una zona ci interessa? Appena l’oracolo ci dice bene non resta che partire conoscendo giusto qualcosa sulla destinazione scelta, senza troppe investigazioni preventive, consci che il senso del viaggio alberga in noi. Più che la meta ci importerà il percorso, l’andare purché sia, se abbiamo lo sguardo adatto. Giunti sul luogo non faremo altro che annusare l’aria, sintonizzare l’anima con cuore e mente e poi, rinnovati nello spirito e nei propositi, seguire una linea che si spera sia un crescendo, ma potrebbe anche essere solo un allegro moderato e andar bene lo stesso, pronti a nutrirci d’arte, di buoni cibi, di umanità.

                Pertanto guidavo osservando la novità di strade incognite, di luoghi improbabili, assorbendo e inebriandomi di quelle distese di stoppie chiare definite da alture petrose e scarne. Flashback turchi di altre stagioni venivano a trovarmi in quella natura punteggiata da macchia che talvolta elevava a dignità di bosco mediterraneo. I pensieri cupi del mattino andavano stemperandosi, la radio mandava i Doors e pensavo che fra qualche ora ci saremmo fermati al primo posto da camionisti, ad assaggiare un piatto di ceci o uno spezzatino.

              Castelmezzano, lo giuro, non lo avevo mai sentito nemmeno nominare. Scoprimmo che il suo immediato territorio ospitava serre di picchi rocciosi a contorno a profonde vallate, e il bel paesino incastonato sopra di esse. Tra queste emergenze, chiamate Dolomiti Lucane, qualcuno del posto si era inventato il volo dell’Angelo, sviluppandoci attorno un discreto giro di turismo che dava vitalità al piccolo borgo. A naso immaginavo che la pratica specifica non mi sarebbe interessata più di tanto, mai stato un temerario, ma il mio amico ci teneva a provare il brivido di essere sparato lungo il cavo sopra il baratro tra i due crinali. Durante la notte precedente, tra l’altro, avevo avuto un sonno agitato e frammentario così, durante le tre ore che a lui sarebbero bastate per vivere l’esperienza, approfittai per resettarmi, dilungarmi a colazione, socializzare con alcune ospiti che, casualità, conoscevo e poi, attratto da un folto di pini al margine del terreno dell’alloggio, decidere di prendere lo zaino e fare quattro passi. Fuori dalla casa incrociai il proprietario si intratteneva con un vicino. Conversavano in dialetto. Li capivo a stento ma, confidando sul fatto che noi del sud siamo tutti fratelli, appresi che un cavallo era stato trovato azzannato e i lupi, forse incolpevoli, ne avrebbero pagato care le conseguenze.

                 Mi avviai lungo il sentiero costeggiato da ulivi. Alle nove il sole era già caldo e l’aria cominciava ad assumere quell’ignea e tremolante rarefazione che ti fa desiderare l’ombra, le cicale fanno il resto. Intorno ai pini, dalla prospettiva della casa, avevo notato un volo di rapaci così cercai un angolo comodo dal quale potevo vederne il posatoio. Mi sedetti e colsi la presenza di un minuscolo lago, una polla piuttosto. Era costellata di un tappeto di fiori galleggianti e giunse ai miei occhi come una tela di Degas, fresca e gentile nella piana ingiallita dal frumento. La regina della pioggia ha lavorato bene, mi dissi, e rinfrancato presi il binocolo e puntai in alto. Si trattava di un nido di falco grillaio incastrato tra due grossi rami delle conifere che mi davano ombra. Mi celai al meglio e attesi. Il vento dondolava una tela di ragno che filtrava luce nel ricamo di seta. Poi lo udii, inconfondibile. Il verso del grillaio, il falco Naumanni di cui Matera è piena in ogni anfratto, è delicato. Più da pappagallino querulo che da predatore arcigno, e appena sibilò ancora la vidi, era la femmina, appena più chiara sul petto. Accorciò l’avvitamento delle virate, portò indietro le ali e, preparando l’atterraggio, estrasse il carrello mobile di artigli aguzzi. Lasciata cadere la lucertola accarezzò col rostro terribile la testa del piccolo e lo fece con tutta la dolcezza di cui era capace, quella di una madre che in quel frangente, storia di un attimo, sentivo essere anche la mia. Il vento mi portò alcune foglie secche da una quercia vicina destandomi dall’incanto, segnale che anche quel giorno avevo ricevuto la mia comunione e, senza fare rumore, rimasi in quel tempio, ammagato, per altro tempo.

Credo che lì, preda del rapimento estatico, dovetti abbassare la guardia permettendo alla mia mente di cedere, sorta di buffo contrappasso, e tornare repentinamente al contraltare di realtà avvelenata che mi aveva assediato il giorno prima con le solite paturnie. Ma davvero l’uomo non crede che di questo passo, fra venti anni, o forse prima, soffocheremo tutti? Davvero tanto stupidi da non capirlo? Oppure l’abbiamo anche capito ma, sic et sempliciter, siamo tutti rassegnati per essere giunti al punto di non ritorno e anche quando, …  cosa potremmo noi miseri omuncoli contro lo strapotere dei grandi burattinai in delirio di potere? Una fine atroce mi appariva dunque segnata? Esiste un Dio? La mia risposta era si. Esisteva, era malvagio e non viveva a Bruxelles…

Questi interrogativi, conditi dal grano di sarcasmo che spesso mi soccorre, mi angosciavano col distacco di chi, stranger in Palermo, sosta ad osservare Il trionfo della morte oppure, meglio, attratto dal Giudizio universale di Bosch, guarda rapito quel gotico tetro e, al tempo, pullulante di icone che richiamano alla mente vignette moderne e beffarde. Ironia della morte?

Concludevo, grottesco, che l’uomo, io per primo, aveva fatto il suo tempo su questo pianeta. Mi dispiaceva per i giusti che ancora lo abitavano ma, davvero, non ci troverei nulla di grave se un grosso meteorite venisse a impattarci determinando un nuovo bang -indolore, catartico, definitivo – venuto dal cielo a risolvere la questione, nobilitando l’estinzione della specie in nome della Resurrezione dello spirito. Se è vero che la morte è propellente di vita avremmo dato un contributo mica male al sequel di un film la cui trama non ci prevede più. Senza più pensieri, tribolazioni, incombenze, preoccupazioni. Game over, niente più insostenibili umane azioni, disumane aberrazioni. Oblio assoluto. Al pianeta l’uomo non serve, lo abbiamo visto che non è servito, piuttosto il contrario. Togliere il disturbo quindi… chiedendo scusa a flora e fauna per il danno arrecato finora. E lasciare che tutto rinasca tornando ad essere puro istinto … e naturale bellezza. Armonia verde o giungla selvaggia poco cambierebbe. Guadalupa e Madagascar, Atacama e Gobi, l’Amazzonia…e poi oceani da bere, nuvole senza più benzina…

             Marco venne a scuotermi. Era rientrato dal suo trip e alla casa lo avevano informato di avermi visto allontanare lungo il tratturo. Non vedendomi tornare era venuto a cercarmi e mi aveva trovato, ancora assopito, ai piedi del pino. Doveva essermi successo di passare dalla meditazione al sonno e, da questo, essere migrato ad un sogno popolato di cervi felici, di una femmina di falco e alla distopia di un mondo che, ormai, … non c’era più.

 


email: turitrip@gmail.com

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