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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

LA GABBIA DEI CRICETI

2020-12-04 21:37

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LA GABBIA DEI CRICETI

Racconto di Rosario Russo

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Tra carcasse di auto abbandonate chissà da quanto tempo e cumuli di monnezza sui quali banchettavano placidamente branchi di randagi, sotto un sole cocente la Google Car percorreva viale Grimaldi. Ogni tanto sbucava fuori qualche abusivo, intento a vendere frutta e verdura che con ogni probabilità era stata appena rubata dalla vicina Piana di Catania. Ai lati della strada gli eterni palazzoni di cemento a dimostrare che in Sicilia la bellezza architettonica ormai è solo un retaggio di tempi passati e che nemmeno se di nome fai Kenzō Tange e il tuo primo maestro è stato Le Corbusier oggi riusciresti a realizzare.

«Welcome to Librino!» esclamò scherzosamente Matteo al volante.

«Ma giusto qua ci dovevano mandare oggi?» ribatté Aurelio accendendosi una sigaretta.

«E che vuoi, caro mio? Non possiamo pretendere di fotografare soltanto i faraglioni di Aci Trezza o il Duomo di sant’Agata!».

«Sarà! In ogni caso meglio fare in fretta» puntualizzò, nervoso, Aurelio.

D’un tratto si accorsero di essere circondati da una strana scorta, una decina di ragazzetti in sella a dei grossi scooter.

«E questi da dove minchia sbucano fuori?».

«Meglio che non te lo dica, Aurelio. Fidati!» rispose Matteo, che era catanese, mostrando un insano divertimento nell’inquietare il collega ragusano.

«Oddio che almeno uno avesse il casco!».

«Qui è la prassi!» puntualizzò Matteo «Devono essere tutti riconoscibili, sennò passano i guai. Qualche mese fa, proprio in questo viale, hanno sparato a un motociclista perché indossava il casco. Lo hanno beccato al polpaccio, ma, fortunatamente per lui, è riuscito a scappare».

«Addirittura! E perché?».

«Poteva essere un killer, un rapinatore… roba così…».

«E alla fine chi era?».

«Un giovane docente universitario che doveva raggiungere l’aeroporto, ma aveva sbagliato strada» chiosò Matteo con una scrollatina di spalle.

Aurelio, sempre più preoccupato, preferì non replicare.

All’improvviso uno degli scooter, con a bordo due ragazzi, si accostò repentinamente all’auto, facendo segnale di abbassare il finestrino. Aurelio incautamente lo assecondò.

«Mbare, chi t’aggiuva?» urlò uno dei due giovani, doppio taglio d’ordinanza, lacrima tatuata all’altezza dell’occhio destro e sigaretta sulle labbra.

«Alza ’sto minchia di vetro! Non dargli conto!» ordinò Matteo al collega.

«Ma si può sapere chi cazzo sono?» chiese Aurelio tirando su il finestrino.

«Le vedette delle piazze di spaccio! Intercettano chiunque passi da qui per controllare se sei alla polizia, se sei un cliente o un semplice curioso. È il loro lavoro! Tu fai finta di nulla».

Aurelio, notando che quelli percorrevano metodicamente avanti e indietro il viale, sbottò.

«Bah! A me sembrano tanti criceti in gabbia che corrono sulla loro ruota e alla fine restano sempre allo stesso punto».

La Google Car attraversò una rotatoria per immettersi nel parallelo viale Moncada.

«Dai! Completiamo questa strada e poi abbiamo finito» fece Matteo rassicurante.

I due oltrepassarono un ponte su cui stava esposto un lenzuolo commemorativo: c’era scritto Darione vive.

«Chissà come sarà morto questo Darione… Un incidente magari…».

«No. Lo hanno ammazzato l’altro ieri, insieme a un altro tizio, se non sbaglio proprio qui» precisò Matteo «Ma che ci vuoi fare? Ogni tanto qualche regolamento di conti finisce male!».

«E basta! Mi stai facendo cacare sotto! Adesso sta’ zitto fino a quando non completiamo ’sto cazzo di giro!».

Matteo non aggiunse altro, ma era evidente che sotto sotto se la spassava malignamente a spaventare il collega.

Stavano quasi finendo di fotografare il viale, quando dallo specchietto retrovisore spuntò una moto che viaggiava a velocità sostenuta.

«Minchia!» esclamò Matteo, stavolta visibilmente preoccupato.

«E adesso che? Qualche altra vedetta? Un boss della mafia?».

Aurelio era sinceramente esasperato.

«Sembra proprio che questi ce l’abbiano con noi!».

Il ragusano si voltò indietro scorgendo due loschi figuri in passamontagna che, in sella a una Honda, esibivano spavaldamente mitra e pistole.

«Accelera, Cristo!».

«Ci sto provando, maledizione!» imprecò Matteo.

«Ma che abbiamo fatto di male?».

«Avremo fotografato qualche affare losco o il viso di qualche latitante!».

La moto intanto si avvicinava sempre di più.

«Che si fottano!» urlò Matteo frenando di botto e spegnendo il motore dell’auto «Scendiamo e lasciamo che prendano la telecamera!».

Abbandonata al volo l’auto al centro della carreggiata, i due fuggirono a gambe levate. Si fermarono sfiniti dopo qualche centinaio di metri di corsa disperata.

«Dici che li abbiamo seminati?» sussurrò con un filo di voce Aurelio appoggiandosi a un portone.

«Non lo so» rispose, ansimando, Matteo «Spera solo che si siano accontentati dell’auto…».

«Cazzo!» gridò Aurelio indicando la moto con su i due malviventi sbucare da un incrocio «Sono ancora loro!».

La moto arrestò la sua corsa. I tizi in passamontagna scesero agilmente con le armi in pugno per correre in direzione degli operatori Google. Un grosso Suv sembrava seguire a distanza ravvicinata la scena.

«Presto! Nascondiamoci lì!» sbraitò Matteo mostrando col braccio un palazzone di fronte che sembrava abbandonato.

Spinto dalla sola forza della disperazione, Aurelio si diresse all’interno della struttura. Matteo era uscito dai suoi radar, forse già ucciso dai motociclisti.

Una volta dentro, si ritrovò davanti un cadavere disteso a terra in una pozza di sangue. Tutto gli fu chiaro: con la telecamera installata sulla Google Car avevano inavvertitamente ripreso gli autori di un omicidio e adesso dovevano pagare con la vita quella fatalità.

Aurelio si sentì in trappola, ma provò comunque a salire una rampa di scale. Giunse in uno stanzone buio e si rannicchiò su una parete in attesa della fine. Da lì poteva udire distintamente un rumore di passi proveniente dalla scala. Iniziò a passare in rassegna tutti i santi e le madonne a lui conosciuti e si rammaricò di non aver salutato come avrebbe voluto la sua ragazza prima di andare a lavoro.

«Avrei dovuto abbracciarla forte, tenerla stretta a me per l’ultima volta, invece non l’ho fatto!».

Ma ormai c’era poco da recriminare: i killer si avvicinavano ad ampie falcate.

Nonostante l’oscurità, il giovane riuscì a scorgere due figure nere stagliarsi davanti a lui e, dietro di queste, avvolta da una luce irradiante, una sagoma femminile. Credette di trovarsi davanti alla Madonna nell’atto di accoglierlo in paradiso. Rasserenatosi, si preparò a morire da buon cristiano.

Uno dei carnefici gli puntò una pistola contro.

«Crepa, infame!» urlò il killer con un tono che ad Aurelio parve eccessivamente teatrale, ma nello stato in cui versava, tutto era possibile.

Aurelio chiuse gli occhi, avvertì il rumore dello sparo e istintivamente si accasciò a terra, inerme. Dopo un paio di secondi riaprì le palpebre.

“Mi avranno mancato” pensò.

Decise, allora, di provare un’ultima carta.

«Giuro che non parlerò, ma, vi prego! Lasciatemi andare…».

I due malandrini si guardarono in faccia, spaesati.

«Giovanni, ma chi minchia stai dicennu?» domandò il tizio che impugnava la pistola.

«Stop! Stop!» sbraitò, inferocita, quella che doveva essere la Madonna e che, invece, si rivelò una ragazza dalle treccine biondo platino con indosso una tuta acetata, verde fosforescente. «Che minchia fai? Dovevi solo morire! Che c’entrano quelle battute?».

Aurelio si ridestò dal torpore e, alzatosi di scatto, si mise a supplicare anche lei.

«La prego! Mi aiuti! Questi due mi vogliono uccidere!».

La giovane in tuta lo fissò attentamente, poi, sconcertata, si rivolse ai due killer.

«Ma chi è questo?! E dov’è Giovanni?!».

«Sono qua, idioti!» strillò un quarto, sopraggiunto dalle scale «Vi siete messi a inseguire la persona sbagliata!».

Solo in quel momento Aurelio si accorse che la tizia aveva con sé una grossa telecamera.

Quello con la pistola provò a giustificarsi.

«Quando abbiamo visto ’sto scemo correre, come c’era scritto nel copione, verso il palazzo abbiamo creduto che fossi tu, Giovanni».

«Va beh, ho capito! Sono Santina ’a Liuna» fece la donna, certa che questo bastasse a far capire a quello stonato chi fosse.

«Chi? Io non…» riuscì solo a balbettare Aurelio.

 «Non conosci Santina ’a Liuna, la star neomelodica di Librino?! Bonu va’!».

La cantante spiegò, controvoglia, che stavano girando una scena del videoclip della sua ultima canzone: bisognava simulare l’esecuzione di un pentito di mafia, con annesso inseguimento. Chiaramente le armi erano caricate a salve.

«E il morto all’ingresso?» chiese Aurelio, ancora sotto shock.

«Anche lui un attore, ovviamente!» chiarì ’a Liuna sempre più infastidita; poi si rivolse agli altri «Chiamatelo e ditegli che si deve rifare tutto, mannaggia a voi!».

«Ma allora perché ci avete inseguiti in moto?».

«Abbiamo visto la telecamera sulla macchina e abbiamo pensato che fosse Santina che riprendeva» spiegarono gli attori col passamontagna.

«Branco di coglioni! Non avete capito una minchia! Io ero accanto a voi col Suv! Adesso dobbiamo rifare tutta la scena!».

Sconvolto, Aurelio uscì dal palazzo lasciando il gruppetto a litigare. Sulla strada verso la Google Car ritrovò Matteo rannicchiato dietro un furgone.

«Ma allora sei vivo?» chiese quest’ultimo con un filo di voce «Oh, Signore! Quando ho sentito quello sparo, ho perso ogni speranza!».

«Alzati e andiamo via da qui!» rispose, lapidario, l’altro.

«Dobbiamo chiamare la polizia!» insistette Matteo.

«Ti ho detto di andare, cazzo!».

Trascinatisi a fatica verso il punto in cui avevano lasciato la Google Car, i due si trovarono davanti il corteo di vedette incrociate a inizio giornata. Una di queste, scesa dallo scooter, si stava impadronendo dell’automobile lasciata incustodita. Nella fretta di scappare, Matteo aveva lasciato le chiavi inserite nel quadro.

La Google Car partì sgommando, scortata dal resto dei criceti.

 


email: russo23.06.1986@hotmail.it

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