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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

LA PACE DEI VINTI

2020-12-04 18:21

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LA PACE DEI VINTI

Racconto di Roberta Mezzabarba

lapacedeivinti-copertina-1607105908.jpg

Le ossa le dolevano sempre quando rientrava in casa dopo aver accudito le piante del suo
piccolo orto.
Teneva con entrambe le mani un fagottino a quadri bianchi e rossi pieno di zucchine
appena raccolte: le lasciò scivolare sul tavolo della cucina, e si sentì mancare.
Si appoggiò al tavolo, e scostando una sedia, a fatica, si sedette.
Era tempo che i mal di testa, che la perseguitavano nella sua giovinezza, l’avevano
abbandonata, e che la sua vita scorreva quieta, ma in quell’istante sembrava che le
sfuggisse a gocce dalla punta delle dita.
Alfa chiuse gli occhi e si ritrovò bambina, in quella mattina di luglio del 1944, quando
stringendo al petto un fagottino a quadri bianchi e rossi pieno di zucchine appena raccolte
nell’orto di zia Ines, rientrando a casa, trovò la porta spalancata e la madre con l’abito
della festa, quello blu a fiorellini, fra due partigiani armati con una espressione dura e
decisa.
Quella mattina, Alfa e la madre sarebbero dovute andare a Vercelli a ritirare il sussidio di
guerra per i familiari dei combattenti: il padre di Alfa, Pietro Giubelli, era dato per disperso.
“Muoviti Margherita! Palmo non ama aspettare, poche storie, seguici!” Quelle parole,
gridate dalla voce stridula di uno degli uomini armati, ruppero il silenzio assordante dove
solo il garrito delle rondini rimbombava nel cielo.
Alfa non capiva cosa stesse accadendo e cercava con il suo lo sguardo della madre, che
con gli occhi sembrava invece sfuggirla.
“Se mi dovete interrogare, allora porto mia figlia… e poi non so dove lasciarla.”
A quelle parole Alfa si avvinghiò alle gambe della madre.
“Anduma! 2” gridò uno degli uomini, e la strana compagnia si mise in movimento: due
uomini armati ed una donna con una bambina aggrappata alle gonne. Non si diressero,
come detto al comando, ma imboccarono la strada che portava al cimitero, evitando di
proposito il centro di Crevacuore, e con le case gli occhi indiscreti.
Poco prima del cimitero, si trovava una cascina abbandonata.
1 Racconto liberamente ispirato alla storia vera di Alfa Giubelli
2 Andiamo!
2
La compagnia si fermò di fronte a quel piccolo fabbricato.
Uno dei partigiani strappò Alfa dalla madre, tenendola ferma, poi Margherita venne spinta
verso la cascina.
La donna si divincolava dalla stretta delle mani dei due partigiani che le serravano le
braccia, gridando:
“Cosa volete da me? Cosa?”
Le lacrime premevano agli occhi di Alfa, ma la bambina non staccava gli occhi dalla madre
che, seppure impaurita, manteneva la sua fierezza.
Ad un tratto sulla porta della cascina apparve la figura di Palmo, apparentemente
disarmato, con il basco in testa, le labbra sottili strette in una smorfia.
L’uomo si fermò sull’uscio di quella casupola, ed il suo sguardo sembrò perforare quasi
fisicamente con una violenza inaudita, Alfa e la madre, che al tocco di quello sguardo
aveva smesso di agitarsi.
Capo indiscusso dei partigiani, Aurelio Bussi, detto Palmo, incuteva terrore con la sua sola
presenza: ad un suo gesto tutti i partigiani che erano dentro la cascina uscirono,
lasciandolo solo con Margherita.
Lunghi i minuti di attesa silenziosa, in cui anche i respiri sembravano aver parole: Alfa non
lasciava con lo sguardo la porta di quella cascina davanti a cui era passata mille volte, ma
a cui non aveva mai dato nessuna importanza.
A tratti si udiva la voce della donna, gridare parole che non si distinguevano, ma il cui
suono indistinto sembrava riuscire a raccontare, da solo, tutta la drammaticità del
momento, la paura, la rabbia, l’impotenza della donna di fronte ad una decisione
apparentemente già presa ancora prima di ascoltarla.
Poi tutto si chetò e si avvertì un rumore di passi.
Margherita uscì esitante, per prima, seguita a pochi passi da Palmo: la donna aveva il viso
stravolto, ma Alfa le si precipitò comunque addosso, stringendola e cercando conforto
nelle mani della madre, che salirono immediatamente ad accarezzarle il capo.
Alfa alzò lo sguardo sull’uomo che stava appresso a loro: gli occhi di Palmo erano una
fessura nella forte luce estiva, e la sua espressione non lasciava trasparire alcun
sentimento.
“È arrivata la tua ora, cara Margherita. Voi altri Ricciotti e Giubelli3 siete sempre stati la
mia rovina, mi avete sempre fatto correre, siete una manica di fascisti e di delinquenti.” Il
3 Ricciotti era il cognome di Margherita, madre di Alfa, e Giubelli quello del padre, Pietro.
3
sussurro della voce del capo partigiano risuonò spietato, come una folata di vento freddo
nello spiazzo davanti alla cascina.
Palmo abbozzò un cenno con la testa, in direzione dei suoi uomini, ed i due partigiani che
erano più vicino a Margherita iniziarono a spingerla sul sentiero che sale verso il cimitero,
e dopo pochi passi agli occhi della donna e di Alfa apparve un lungo muro grigio.
Quello che stava per accadere d’improvviso fu chiaro ad entrambe.
Non c’era più spazio per le illusioni.
Gli uomini che l’avevano condotta a strattoni fin lì avevano allentato la presa alle braccia
della donna, che ora poteva abbracciare stretta a sé la figlia, tenendole la testa schiacciata
contro lo stomaco.
La bambina, nei suoi miseri dieci anni, sentì i battiti impazziti del cuore materno, tum tum
tum, e stringendola forte ebbe nel suo giovane cuore la consapevolezza di quello che
stava per accadere.
Un partigiano, che gli altri chiamavano Orlando, si avvicinò alle due donne cercando di
staccare Alfa dalle braccia di Margherita.
“Pietà l’è morta!4” gridavano gli altri incitando il ragazzo ad usare le maniere forti e non
farsi impietosire.
Alfa urlava, non mollava la presa e si divincolava tirando calci, a testa bassa.
L’uomo la strappò dal corpo della madre con un gesto deciso e la trascinò via come un
fagotto: le ginocchia della bimba si sbucciarono impietosamente sui sassi dello sterrato,
ma la piccola non provò dolore, aveva orecchie solo per le urla della madre:
“No, no, aiuto, no! Alfa, Alfa!!”
La ragazzina fu trascinata lontano, e vide la madre tenuta ferma da uno di quegli uomini
armati, poi vide Palmo parlare agli altri, ma non distinse le parole.
A quel punto il partigiano Orlando, che ancora aveva ferma la presa sulle braccia di Alfa,
le schiacciò la faccia sul suo torace, coprendole gli occhi, forse in un gesto di estrema
pietà.
La bambina con il viso addosso al partigiano, sentì la prima esplosione, poi una
sventagliata di mitra.
Margherita cadde senza emettere un gemito: al rumore degli spari scapparono gli uccelli
dagli alberi a far ombra al piazzale dell’eccidio, unici testimoni di quello scempio oltre i
morti del cimitero.
4 La pietà è finita!
4
La stretta di Orlando si allentò pian piano, adesso che Alfa non gridava più: la bambina,
libera da quella morsa, per un attimo, con le braccia inermi lungo il corpo, rimase a fissare
quegli uomini forti delle loro armi, ed il corpo della madre riverso a terra, in una posizione
scomposta, poi scappò terrorizzata nei campi.
Senti delle voci dietro di lei.
“E adesso che ne facciamo di questa?” a quelle parole Alfa si voltò e vide che due dei
partigiani, alle sue spalle, avevano già le armi puntate contro di lei, ed il dito sul grilletto,
pronto.
“E’ una testimone!” gridò uno degli uomini.
Alfa inciampò, cade, si rialzò e continuò a correre.
“T’ses fol!5“
La ragazzina correva, e non sentiva più le loro voci, e nemmeno il rombo acuto del un
colpo di fucile.
Era salva.
Dopo quel giorno aveva desiderato ardentemente, e più di una volta, che quelle pallottole
l’avessero consegnata alla sorte di quel doloroso ricordo, facendola morire assieme alla
madre, invece di lasciarla come unica depositaria di quell’incommensurabile angoscia.
Aveva atteso con speranza che si tenesse il processo al Bussi.
Dopo le indagini a cui era stato sottoposto, nel 1953, per l’uccisione della madre, dello zio
materno e della sua compagna, il processo non fu nemmeno celebrato: il giudice assolse
Palmo ed i suoi uomini durante l’istruttoria del processo, dichiarando che l’omicidio di
Margherita, Carmelo e la sua compagna, inermi cittadini come altri prima e dopo di loro,
era da ritenersi un semplice atto di guerra, e quindi non perseguibile.
Grazie a quel processo mai avvenuto non si poté mai conoscere il perché di quel gesto.
Forse Palmo era innamorato e respinto da Margherita, forse era invidioso di una famiglia
"normale", anche se temprata dalla guerra, o di quel sussidio che la povera Margherita
doveva ritirare a Vercelli.
Forse il tutto fu causato da uno schiaffo, allentato dallo zio Carmelo Ricciotti a Palmo,
durante una sfilata per l’anniversario della Marcia su Roma: uno schiaffo che forse fu
vendicato con molte morti, come quella di Margherita.
Forse Palmo voleva solo terrorizzare il paese, come altri partigiani fecero a Collegno, dove
furono ammazzate sartine colpevoli solo di ricucire qualche divisa ai combattenti
Repubblicani.
5 Sei matto?
5
Di certo, restava solo il fatto che Palmo aveva deciso e decretato con freddezza la morte
di una donna incolpevole, madre di due figli, e per quello nessuna giustizia terrena lo
avrebbe mai punito.
Ad Alfa sembrò che con quella sentenza la madre fosse stata uccisa un’altra volta: un
furore cieco la pervase dal più profondo, riportando a galla tutto il buio che aveva celato
dentro sé per tutti quegli anni, fiduciosa che la giustizia punisse Palmo ed i suoi uomini per
le barbarie che avevano commesso, anche dopo la fine della guerra.
Aveva sposato da giovanissima un brav’uomo, Rino, un ex marò della Decima Mas, che le
stava vicino come poteva, cercando di curare la sua malinconia per una ferita mai sanata,
e consolandola, con parole rassicuranti, anche per il fatto che non riuscivano ad avere figli:
sembrava che la vita di Alfa fosse rimasta impigliata a quel giorno di luglio di tanti anni
prima.
Per cercare di dimenticare si trasferirono a Milano, ma poi sfortuna volle che Rino perse il
lavoro, e furono costretti a spostarsi ad Alzo, sul Lago d’Orta, non lontano da Crevacuore.
Forse fu la vicinanza al paese delle sue origini che scatenò la lucida follia che pervase Alfa
dal più profondo: quello che la infuocava, era il fatto che Bussi, oltre a non essere stato
punito, era stato eletto anche sindaco di Crevacuore, più volte, ed era stato insignito della
medaglia d’oro della Resistenza.
Così, una mattina di marzo del 1956, prese dal cassetto la pistola del marito,
nascondendola nella borsa, ed uscì da casa, a cercare Palmo.
L’aria era fresca sul viso deciso di Alfa: aveva ventidue anni, di cui quasi la metà passati a
tormentarsi per quell’atto barbaro ed insensato compiuto davanti ai suoi occhi.
Una calma glaciale scese su di lei mentre aspettava la corriera, con il peso della giustizia
dentro alla borsa a ricordarle il senso del gesto che si accingeva a compiere: scese dalla
corriera e salì su un'altra che la portò a Borgosesia. Con determinazione percorse a piedi
gli ultimi chilometri che la dividevano da Crevacuore.
I ricordi andavano e venivano, ed accompagnavano i suoi passi: ricordava la madre
trucidata brutalmente, il padre Pietro ritrovato da qualche tempo all’Ospedale militare di
Baggio, il fratello Italo che si trovava in Germania a lavorare già da prima della guerra.
Un solo pensiero la aveva sostenuta in tutti quegli anni: non tutti i vinti tacciono e ricordano
silenziosamente i loro morti, e lei non avrebbe taciuto.
La voglia di trovare Palmo e chiudere una volta per tutte quella storia l’aveva tenuta in vita,
anche quando l’unico desiderio che aveva era di ritrovarsi fra le braccia della madre.
6
Arrivata in paese, si recò alla sede del Comune: il palazzo squadrato era come lo
ricordava; sul terrazzo che sovrastava il portone d’ingresso, stava la bandiera italiana,
immobile, nell’aria immota di quella mattina.
Alfa chiese del Sindaco, ed una donna seduta alla scrivania che si trovava nel piccolo atrio
della casa comunale, le disse che quella mattina ancora non si era visto.
Allora si diresse verso la casa del Bussi, a passi decisi: Bussò alla porta, ma nessuno
rispose.
Allora, stringendo la borsa nella mano destra, si avviò nella piazza del piccolo paese.
Fuori dall’unico bar che si affacciava sulla piazza, sedeva un uomo, da solo: portava un
berretto scuro, calato sul viso, che gli celava gli occhi.
La osservava da un po’.
Si rivolse a lei con fare brusco, come se Alfa gli avesse domandato qualcosa.
“A còsa ch'al giba tota? Date n’ande! 6”
Alfa si voltò a guardarlo, e gli rivolse un pallido sorriso.
“Chiel a l'é lontan da cà, adess.7”
“State parlando del Bussi?” chiese Alfa.
“Sicur!8”
L’uomo aveva tolto il berretto che gli copriva il capo, mostrando alla giovane il suo volto.
“Cuand ca la merda la munta la scagn o ca la spusa o ca la fa dagn.9”
Alfa, in quell’attimo, ascoltando quelle parole ebbe l’impressione di aver già visto il volto di
quell’uomo.
“Chiel l'ha massà toa mare. Chila j'era giovo e dovrìa vive!10”
Gli occhi di quell’uomo si velarono di lacrime, e d’un tratto Alfa riconobbe nel viso di
quell’uomo il partigiano Orlando, l’uomo che l’aveva strappata dalle braccia della madre e
che le aveva voltato il viso quando Palmo l’aveva fatta giustiziare.
Sembrava che la stesse aspettando: Alfa rimase, con la bocca asciutta di parole di fronte
a quell’uomo.
Orlando si calzò di nuovo il berretto sulla testa e la indirizzò a casa di una certa Rina
Perolini, che a dir suo era l’amante del Bussi da più di dieci anni.
Alfa, scossa, ma decisa volò sulle scarpe della festa che aveva indossato per l’occasione,
come sua madre aveva indossato il vestito blu a fiorellini nel suo ultimo giorno.
6 A cosa stai giocando signorina? Datti una mossa!
7 Lui è lontano da casa, adesso.
8 Sicuro!
9 Quando uno acquista potere si monta la testa e fa danni.
10 Lui ha ucciso tua madre, lei era giovane, doveva vivere!
7
Arrivò sul luogo indicato da Orlando, e vide il Bussi attraverso le tende fine che stavano
alle finestre: non aveva più indosso la divisa dei partigiani ma una camicia grossi quadri.
Un brivido percorse la schiena della giovane donna, mentre prepotente tutto il dolore e
l’orrore vissuto dalla bambina Alfa risalirono a galla in un attimo, impietosi.
Si avvicinò alla porta e bussò, con le nocche del pugno chiuso: la porta si aprì ed Alfa si
trovò di fronte una donna minuta, con i capelli biondi che le sfioravano le spalle e le labbra
scarlatte di rossetto.
La donna, sorpresa, fissava la giovane che aveva bussato alla sua porta, chiedendosi chi
fosse, scambiandola forse per la nuova ostetrica che stavano aspettando in paese.
Per un attimo le due donne si fissano in silenzio, poi Alfa lo chiamò a voce alta, gridando.
“Bussi!”
Dalla porta di ingresso si vedeva la cucina: lui visibilmente infastidito, scostando
rumorosamente la sedia, si alzò dalla tavola dove si accingeva a pranzare, e si avvicinò
alla porta di casa, senza riconoscerla: come avrebbe potuto?
Alfa lo guardò per un attimo, cercando negli occhi di quell’uomo la gelida spietatezza che
le aveva strappato l’affetto di sua madre e la sua fanciullezza tutta.
Si era ingrassato, ma il suo viso manteneva inalterata l’espressione strafottente di dodici
anni prima: di fronte a quell’interruzione inattesa e sgradita, il volto ben rasato di Bussi
assunse una smorfia di fastidio, tanto che le labbra sottili sembrarono quasi sparire.
Quando le arrivò di fronte, Alfa estrasse fulminea la pistola dalla borsa, e puntandogliela
contro, con voce ferma e chiara gli disse:
“Sono Alfa Giubelli, la figlia di Margherita Ricciotti.”
Poi sparò un colpo, ma quel diavolo era un uomo forte e robusto e non cadde, anzi le si
fece più vicino, colpendola al volto con un pugno.
Alfa fu colta di sorpresa dal cazzotto che il Bussi le aveva sferrato: l’uomo si gettò su di lei
per strapparle l’arma, e nel corpo a corpo sembrò che lui avesse la meglio sulla giovane
donna, ma poi si sentì lo schiocco secco di tre colpi di pistola, esplosi in rapida
successione, e Bussi, ormai cadavere, le cadde addosso.
Finalmente era finita.
L’amante del partigiano, stava a pochi passi da Alfa, e con le mani a coprire la bocca
soffocava un urlo acuto.
Alfa si rialzò, e ripose la pistola dentro la borsetta.
Le tremavano appena le mani, come quando da ragazzina aspettava che il padre
decidesse se punirla o no per la marachella che aveva combinato.
8
Non provava né odio, né paura, non si sentiva soddisfatta, solo una grande pace
ristoratrice sembrò riempirla tutta.
Lasciò il Bussi riverso a terra nel corridoio di quella casa, cadavere, e si recò, a passo
deciso, alla stazione dei Carabinieri per costituirsi: un rivolo di sangue le usciva dal naso
per il pugno, l’ultimo, subìto da Palmo.
Raccontò candidamente ai gendarmi chi fosse, e descrisse il gesto che aveva compiuto,
adducendo le sue ragioni.
Non si pentì mai di aver ucciso Palmo: i cinque anni di carcere a cui fu condannata, le
dettero il tempo di riflettere, di fare i conti con gli orchi che avevano popolato i suoi sogni di
bambina.
Alfa riaprì gli occhi e scuotendo la testa ritornò alla realtà, uscendo da quella bolla di
passato che non le faceva visita da tanto e tanto tempo.
Era tutto così lontano, ma se chiudeva gli occhi sentiva ancora le mani dell’amata madre
che le carezzavano il viso ed i capelli: per questo alle sue due figlie, nate dopo la
detenzione, non aveva mai fatto mancare carezze.


email: verdecelestato@libero.it

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