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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

SEICENTO GIORNI

2020-12-01 20:21

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SEICENTO GIORNI

Racconto di Rossella Amato

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Mancava poco a Natale e come ogni anno la tristezza veniva a galla. Le vetrine illuminate, le coppie abbracciate, i bambini allegri sparivano alle sue spalle, mentre Valentina entro' nell’atrio dell’ambulatorio ospedaliero. Si sedette  in attesa, per un tempo indefinito, lunghissimo. Da più di un mese teneva in borsa la prenotazione per una seconda risonanza. Voleva parlare con il suo medico prima di decidere il da farsi. Qualunque cosa avesse in testa, non le importava molto. L’avrebbe lasciata lì.

Gli occhi le si chiusero per evitare la luce fredda dei neon. In quello spazio vuoto, sulla sedia fredda, poteva ritrovare se stessa e ciò che aveva dimenticato. I ricordi erano una tenaglia, arrivavano fino a dove Valentina credeva di non avere più memoria. Si potevano quasi toccare, tanto erano lucidi, scanditi dai rumori, dalle voci del passato.

Tra le immagini che riemergevano, una sola aveva il sopravvento: Giulio Chinnici. La voce dal timbro profondo, le labbra sapor tabacco. Era tutto lì, come se non fosse passato neanche un giorno da quel bacio rubato, sul pianerottolo di casa sua, alla vigilia dell’esame di maturità del 1993.

Erano passati vent’anni da quando tra lei e Giulio era iniziata un' intesa silenziosa e non manifesta. Tra i banchi di scuola era facile confondere il senso delle emozioni e la loro direzione. Qualcosa di non evidente, ma denso, legava Valentina a Giulio e Giulio a Valentina. Nessuno lo sapeva, nemmeno loro stessi, erano troppo giovani per valutare il peso del cuore. Tra ambizioni in erba e paura per il compito in classe, il tempo passava veloce.

Durante la lezione di greco, lei guardava lui distratto, lui guardava lei accarezzarsi i capelli. A volte gli sguardi si incrociavano e di colpo salivano i brividi. Giulio chinava il viso sul banco come se volesse sparire. Valentina sapeva di non essergli indifferente. Lei era bella e sicura, come se avesse mangiato il mondo già un paio di volte. Preso dall’ imbarazzo, Giulio chiedeva di andare in bagno. Svincolandosi tra i banchi, le passava accanto veloce, come se stesse per impazzire. Si fermava in bagno a smaltire il rossore del viso e a fumare, per rallentare il cuore. Valentina con quegli occhi neri, lo metteva al muro! Lo sfidava, come se volesse entrargli dentro.

Eppure lei ha sempre qualcuno altro dietro. Il ragazzo scuoteva la testa e ritornava a sedersi in classe, accanto ai soliti sbruffoni. Il suono della campanella riportava tutto alla realtà. Il brivido era svanito e i ragazzi sciamavano per strada. Giulio accendeva un' altra sigaretta per le scale, mentre Valentina passava oltre lasciandosi dietro il suo odore di mela verde.

Chi era stato Giulio per lei? E cosa rappresentava ancora? Perché non riusciva a metterlo via, tra le cose passate? Non sapeva definirlo, nemmeno adesso che aveva 43 anni e in borsa una diagnosi di sarcoma. Non lo vedeva da troppo tempo per immaginare come fosse diventato. Si erano così tanto disiderati, di una passione struggente, senza posa. Come era finita tra loro? Anzi perché non era mai iniziata?

Valentina si mordeva la lingua, sapeva benissimo come erano andate le cose: “Io, io e ancora io, esistevo solo io”. Aveva messo se stessa davanti a tutti.

In tutti quegli anni, durante l’università prima, la specializzazione dopo, lei lo aveva cercato solo quando era a pezzi. Giulio era stato la sua boa in mezzo alle onde, ma passata la tempesta, risanata la falla, Valentina tornava alla sua corsa, ai suoi traguardi senza voltarsi indietro.

Ora che stava di nuovo male, la donna non sapeva fare altro che ciò che aveva fatto per tutta la vita. Si rivolgeva a lui, sicura di trovare conforto. Il numero di telefono era lo stesso, ma lui no. Non era più lui.

Infatti il giorno prima, quando lei lo aveva cercato dopo anni di silenzio, Giulio le aveva scritto: Ma Vaffanculo Valentina.

Le parole di Giulio erano dure, come un sasso appuntito che ti entra in un occhio mentre stai togliendo gli occhiali per abbracciare qualcuno che conosci. E proprio quel qualcuno che pensavi di conoscere, spinge il sasso forte, rude, a fondo, nella membrana molle del tuo cuore.

Giulio nel ricevere i messaggi di Valentina aveva reagito male, ma non subito. La prima risposta. Poi un nuovo messaggio, poi ancora uno. Altra risposta di lui. Altro messaggio, ancora e ancora uno. Poi silenzio e risposta monosillabica fino a che a Giulio era partito un embolo di rabbia, senza precedenti.

Se avessi voluto, mi avresti amato, ma non hai voluto. Io ti ho amato per come sapevo. Tutto il resto sono chiacchiere.

Lei aveva tentato di replicare qualcosa di poco convincente. Ogni volta che chiedevo  tue notizie, eri fidanzato, volevo incontrarti, non eri disponibile. Venivano sempre altre prima di me. Ti tiravano come un cagnolino al guinzaglio,

E dall’altra parte: non lo hai voluto abbastanza, non hai provato abbastanza. Se tu avessi fatto un cenno, saresti stata l’unica, rispondeva lui, sicuro come un leone che avanza nel Colosseo, pronto a sbranare i cristiani.

Come era possibile avere due visioni così diverse della stessa situazione? Il freddo saliva passando proprio da lì, attraverso quelle poche righe. Spietate, verissime.

Non ci siamo capiti, scongiurava lei, non sapendo come recuperare.

Tu non hai voluto capire, pensavi ad altro.

Non aveva torto. Giulio apriva un cancello che la donna non aveva mai varcato. Aperto il varco, fu seppellita da una tonnellata di merda.  Usciva il viscido, il fetido, tutto ciò che non si erano mai saputi rinfacciare. Lei sperava che sotto la rabbia dell’uomo fosse ancora rimasto un briciolo di comprensione.

Comprensione un cazzo, rispondeva con rabbia Giulio. Cosa ti scusi a fare, eri la mia unica ragione di vita. ERI. Cosa cazzo vuoi adesso?

Già, cosa voleva Valentina, da lui? Giulio non voleva essere una boa tra le onde. Non vi era alcun motivo di starle accanto se non l’amore e l’amore era finito.

Tu hai sempre scelto qualcun altro e non me. Ti ho cercata e non ti sei fatta trovare. Adesso è tardi, sono guarito da te, dalla delusione e dal male che mi stavano divorando.

Era vero. Era tutto fottutamente vero. Valentina non lo aveva voluto, non abbastanza.

Io ti amavo, replicava Valentina  a quel tempo, andavo fermata, invece tu non hai mai mosso un dito.

L’ho fatto, rispondeva lui, ma non te ne sei nemmeno accorta. Bruciavano quelle parole su Valentina.

Non  mi sono fidata di te. Eri indeciso e contorto. Non eri forte.

Ero fortissimo, sei tu che mi hai reso debole. Giulio non avrebbe risposto oltre.  Valentina capiva di aver perso il conforto dell’unico uomo che non l’aveva mai abbandonata.

Il neon era sempre più forte ed era arrivato il suo turno per entrare dal medico. Valentina si alzò e cadde in terra. Il sarcoma avanzava dentro, dal collo alla testa, senza pietà, come aveva fatto Giulio sul suo cuore.

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Quella stessa notte Giulio non aveva chiuso occhio. In reparto vi erano state emergenze continue. Giulio non era più quel ragazzo che prendeva a pugni la notte ogni notte, pur di arrivare all’alba successiva. Viveva bene dentro la sua vita.

Cazzo ci ho messo anni a tirarmi fuori, adesso non permetto a nessuno di entrare nella mia vita. Non poteva permetterlo soprattutto a lei. Valentina credeva di poterlo coinvolgere ancora, sapeva come fargli girare la testa, fino a perdere il controllo, fino a farlo bere per dimenticare.

Valentina era stata questo per lui. La testa che gira e finisce nel bicchiere. Una delusione devastante.

Valentina era il cancro della sua gioventù, ciò da cui aveva tentato di salvarsi per anni. O forse  ciò di cui avrebbe voluto morire. Non vi era differenza in fondo. Un cancro resta tale anche se passa, perché ti cambia comunque.

Lo ricordava benissimo il giorno in cui l’aveva baciata sulle scale di casa sua. Era apparsa dal nulla, tutta affannata dalla corsa in motorino fino al suo citofono. Giulio era in casa con sua madre ed aveva risposto senza esitare un istante. Scendo.

Valentina era agitata, senza dire cosa avesse, gli si era buttata addosso, lo stringeva come una bambina sperduta e Giulio la teneva chiusa in quell’abbraccio, senza riuscire a staccarsi. E quando ci riuscì, lei iniziò a baciarlo. Le mani tra i capelli lunghi, sul viso.

Rimasero  sospesi, in  quel bacio, come nudi, in un vortice di labbra e mani che cercano altro, tutto, in un crescendo di tensione. Nude le loro anime, nudi i loro sentimenti, come mai prima di allora.

Valentina e Giulio si amavano, senza saperlo. Lei la ragazza di nessuno, lui il ragazzo di tutte.

Tra poco mi trasferisco a Milano e  tutto cambierà. Noi cambieremo.

Non cambieremo, aveva risposto Giulio. Se non vogliamo. Ricordati di questa scala per sempre.

Il sempre era in quelle scale, nella penombra, con la paura addosso di essere scoperti e il terrore di doversi salutare. Valentina sapeva già che quello era un addio. Non poteva restare legata ad un luogo che odiava, nemmeno se continuava a viverci il ragazzo che voleva più di ogni cosa.

Tra di loro non vi era che quello in fondo. La promessa di continuare ad amarsi, fino a quando un giorno avrebbero potuto amarsi davvero, da adulti. Una promessa non fu mantenuta da nessuno dei due.

Uno squillo di telefono lo aveva ridestato da quei ricordi, Giulio sentiva il cuore pesante, rispose al telefono. Era Maria che chiedeva quando sarebbe rientrato, lo aspettava per colazione. Si,  sono in macchina, sto arrivando, rispose alla moglie.

Il finestrino abbassato a metà. L’aria fredda. Ancora un messaggio. Guardava lo schermo senza rispondere. Ancora uno.  Valentina non avrebbe smesso per tutta la sera. Lui non avrebbe risposto, voleva solo tornare a casa, fare una doccia e dimenticare le ultime quarantotto ore.

Vaffanculo Valentina, Vaffanculo. Non dovevi riapparire, adesso che ho comprato casa con Maria.

Maria l’aveva incontrata a bere in giro per locali mentre tentava di dimenticare Valentina. Anche Maria beveva di brutto. Per motivi diversi, non poteva avere figli, ma non contava. Contava non restare soli, la notte nel freddo. Maria era qualche anno più grande di Giulio e solo il lavoro in ospedale li accomunava.

Poco dopo era a casa. L’odore del caffè e del bucato riempivano l’aria. Maria aveva sistemato tutto. Le diede un bacio distratto mentre lei usciva per andare a lavoro. Giulio era sfinito, si sdraiò sul divano. Chiuse gli occhi e non riuscì a non sognarla, ancora lei Valentina, con quel viso triste come sul profilo del telefono. Si svegliò di colpo. 

Maledizione. Ora che è tutto perfetto, che ho tutto ciò che voglio.

Era tutto così a posto da fargli schifo e lui lo sapeva. Maria lo sapeva. Forse Valentina stessa lo sapeva. Ogni volta che Valentina riappariva nella sua vita, tutto cambiava significato, colore. Non era a posto niente.

A Giulio veniva da vomitare tanto la sua vita gli faceva schifo, lontanissima da quello che aveva desiderato da giovane.

Voleva fare il ricercatore e non il cardiologo. Voleva vedere il mondo, invece era rimasto a pochi chilometri da dove era nato. E soprattutto avrebbe voluto fare l’amore con Valentina, almeno una volta ma non glielo aveva mai chiesto. Così come non le aveva mai chiesto di stare insieme.

Lui non aveva fatto niente per trattenerla. Valentina aveva ragione. Giulio aveva rimosso la sua insicurezza pur di sopravvivere.

Il viso di Valentina si confondeva nei suoi ricordi tra passato e trapassato prossimo. Non era mai stata parte della sua vita eppure era come se non fosse mai andata via. Giulio cominciò a scavare trai frammenti di memoria e vide se stesso, mille e mille sere, al pub, a bere, in compagnia o solo. Non importava. A quel tempo importava bere e poi ancora bere. Ero solo come un cane, Giulio. Lo era stato e lo era ancora.

Proprio in una di quelle sere di solitudine, durante il primo anno di università aveva chiamato Valentina da una cabina telefonica, alle due di notte.

Pronto, aveva risposto la voce spaventata della ragazza, Giulio che succede, dove sei?

Sono in questa cazzo di città di Messina e tu sei in quella cazzo di città di Milano.

Ma cosa è successo?

E’ successo che ho appena spaccato a calci una cabina telefonica e ho tirato fuori a pedate il tipo che ci stava dentro prima di me a pisciare.

Giulio, ma tu come stai? Hai bevuto, sei da solo?

Prima ero con una, ma non ti somigliava affatto e l’ho lasciata al bar. E’ colpa tua se sono solo, è sempre stata colpa tua. Te ne sei andata. Devi tornare. Io ho bisogno di te, sei il mio unico amore.

Giulio era sincero, in quelle notti. Non voleva altro, non gli interessavano i soldi, il successo, voleva solo essere riscaldato dalla voce di quella ragazza agitata e piena di sogni.

Di quello che successe dopo, Giulio non ricordava altro che l’alcool e Valentina che lo supplicava di smettere dicendogli  “Finirai come mio padre, diventerai un violento, un alcolizzato”.

Per molte altre notti aveva cercato Valentina nei primi anni di università. Poi il nulla. Lei aveva iniziato a non rispondere oppure a non richiamarlo il giorno dopo, perché lui continuava a bere e a cambiare donna ogni mese.

Valentina decise di sparire del tutto e di non fidarsi di lui. E aveva fatto bene, Giulio era dipendente dall’alcool, come gli ricordava quel gettone di plastica gialla, con sopra scritto 500 giorni sobrio, che teneva in tasca.

Erano 500 giorni che Giulio non beveva. Forse troppi, per continuare a non farlo.

Il giorno si susseguì alla sera e la sera al mattino. Giulio doveva montare il turno delle sei, mentre Maria era smontante.  Era appena entrato in ambulatorio che rimase stordito da un messaggio con una foto.  

Vado a conoscere il mio tumore. Nella foto si vedeva un braccio magro con un ago canula inserito, poco sopra un bel maglione grigio e rosso sollevato fino al gomito. Giulio si sentì gelare. Non sapeva se rispondere da medico o da uomo. L’uomo prevalse: Cazzo dici Vale.

Poi silenzio. Per giorni. Tutto intorno sembrava essere cambiato. Cercava di non pensarci ma Valentina era ovunque. Lui non era pronto a chiamarla, non lo era mai stato in fondo in quegli anni, nonostante morisse dalla voglia di rivederla. Le giornate successive furono tutte uguali. A casa e a lavoro, Giulio riusciva a controllarsi, a spostare le sensazioni spiacevoli o ad ignorarle. Invece Maria aveva già capito tutto, avvertiva il distacco.

Giulio stasera vieni con me o ci vediamo li? La donna alludeva all’associazione degli ex alcolisti.

Non so se finisco in tempo, poi vorrei andare in palestra.

Ma oggi sono 550 giorni Giulio, è una data importante. Dopo 600 giorni,  potremo considerarci fuori.

Non saremo mai fuori del tutto, non ci prendiamo in giro, io vorrei bere ogni giorno. Ogni maledetto giorno e non lo faccio.

Maria non si aspettava quella risposta. Si era abituata agli alti e bassi del marito, ma negli ultimi mesi si era parecchio rasserenato.

Si salutarono con un bacio forzato con la promessa di incontrarsi per andare all’anonima alcolisti insieme. Appena la donna fu uscita, lui voleva solo bere e dimenticare, invece andò in palestra.

Per tutto il resto del tempo continuò a pensare al cuore, quell’organo che aveva studiato per anni per diventare cardiologo e che ora conosceva a memoria. Il cuore non aveva nulla a che fare con l’amore, l’amore stesso non aveva nulla a che fare con le persone. Erano dimensioni parallele.

Alcune persone si incontrano, si amano ma si lasciano anche se vorrebbero stare insieme e poi altre persone stanno insieme, pur non amandosi, per non restare da sole.

Non esisteva l’amore per Giulio, esisteva solo il bisogno.

Lui stesso aveva avuto bisogno di una donna accanto, per uscire dallo sprofondo dell’alcool in cui si era gettato dopo Valentina. Maria lo aveva sorretto e lui aveva sorretto lei, in silenzio.

Ma No, non l’amava. Non di quell’amore tormentato che aveva provato solo per Valentina.

Eppure si poteva continuare a vivere anche senza amore, pensava Giulio. Lui ci riusciva benissimo. Bastava non pensare che da qualche parte nel mondo esisteva l’amore, quello impossibile, quello che tutti vorrebbero trovare. Bastava non pensare a Valentina e ai suoi occhi neri.

Quella sera non avrebbe raggiunto Maria, per festeggiare quell’anniversario di disintossicazione. No, voleva stare solo e ricordare i giorni in cui beveva che poi erano gli stessi in cui sperava che Valentina sarebbe tornata. I giorni più belli della sua vita, in cui tutto era ancora possibile, in cui aveva ancora progetti e futuro.

Tornò a casa, riuscendo a non bere. Maria non chiese nulla, ma lasciò bene in vista sul tavolo il suo gettone da 550 giorni. La mattina dopo Giulio si sentiva spezzato ma era diventato davvero insensibile alle proprie sofferenze.

Non aveva notizie di Valentina, ma nemmeno ne aveva cercate. Come da ragazzo, aveva scelto di non fare nulla per cambiare il suo destino, nonostante fosse un destino infelice. Poi intorno a mezzogiorno, Valentina scrisse.

Posso dirti una cosa che non vuoi sentire, chiese Valentina. Se io fossi lì, adesso, tu vorresti vedermi?

Lui non rispose. Ricordò tutte le volte che lui aveva pensato quelle parole, senza dirle.

Pensavo di prendere il Milano Catania, domani.

Domani non ci sono, rispose lui.

Allora dopo domani, ceniamo insieme e poi riparto.

Non ci sono nemmeno. Sono via con mia moglie. Mentiva.

Ho capito, allora ciao Giulio.

Il tumore poi? Cosa era? Chiese Giulio.

Niente di grave, rispose la donna.

Perfetto, meglio così, concluse lui. Giulio stava facendo come tante volte aveva fatto. Quando era il momento di prendere una decisione, di cambiare strada, si tirava indietro. Era talmente abituato a perdere, anzi a non lottare, che non ci provava nemmeno. Giulio non sapeva vivere i propri sentimenti, si limitava a non manifestarli perché farlo significava soffrire ancora.

Valentina invece aveva bisogno di esprimere quello che provava per Giulio, adesso che aveva capito di aver sprecato tutte le occasioni possibili.

Verso sera Giulio e Maria presero un caffè insieme nella bouvette dell’ospedale, poi si separarono. Erano le  quasi le ore 20, Giulio aveva finito il suo turno e si stava avviando verso casa.

Mi fai accendere per favore, si sentì chiedere.

Certo rispose alzando di poco gli occhi. Era Valentina. Uguale alla foto del profilo. Giulio fece fatica a coordinare i movimenti delle mani e del viso. Non sapeva cosa provare, non sapeva se provare qualcosa.

Grazie, dottor Chinnici, rispose Valentina arretrando. Giulio in quei sessanta secondi era riuscito a provare ogni tipo di sensazione. Prima freddo, poi caldo, poi stordimento, poi tachicardia, poi freddo ancora. Aveva ritirato l’accendino in tasca, facendo finta di non essere sorpreso di vedere la donna che aveva amato per tutta la vita. Doveva essere già arrivata quando gli aveva chiesto se volevano vedersi il giorno dopo.

Valentina in effetti era rimasta tutto il giorno ad osservare il posto dove Giulio lavorava, seduta su una panchina nell’androne dell’ospedale con la speranza di incontrarlo. Non poteva cambiare le cose, ma voleva rivederlo una ultima volta, per sapere che effetto faceva amare ancora. Giulio rimase in silenzio e Valentina gli si avvicinò a tal punto che lui riuscì a sentire il profumo di mela verde, tra i capelli.

Beviamo qualcosa insieme, ti va? Sono venuta, hai visto, ho sempre detto che da grande avrei fatto qualcosa di  folle. Qualcosa di folle per te.

Giulio non disse di no, si sedettero nel bar di fronte, su delle scomode sedie di plastica verde, sotto la luce dei lampioni. Valentina era bella come la ricordava, solo più seria, malinconica.

Giulio rimase ad ascoltarla, come quelle notti nella cabina telefonica. Seguiva la sua voce, come fosse musica. Ogni nota aveva un colore diverso, ogni ruga sul viso era una scintilla. La pelle trasparente, le mani accompagnavano il racconto di una vita che non era stata poi così facile come lui aveva immaginato.

Valentina aveva sofferto da giovane per un padre violento e da grande era rimasta imprigionata nell’inganno della carriera. Adesso era lì, davanti a lui e sembrava non contare più niente.

Giulio l’amava ancora, Dio quanto la amava. Non aveva mai smesso, non poteva smettere. Lei era la più potente droga, era un essere meraviglioso a cui non voleva rinunciare. Rimasero seduti per tutto il tempo necessario.

Continuarono a bere, a ridere, a guardarsi e arrossire come se la vita fosse tutta lì.

Valentina sembrava quella di 20 anni prima, ma non aveva che pochi mesi di vita davanti. Il suo tumore era avanzato ma stavolta non aveva paura. Tutto ciò che voleva era in quel bar, in quella città, in quel preciso istante, in quell’uomo.

Mancava un giorno a Natale. Il più bel Natale della loro vita. Giulio e Valentina di nuovo insieme come in quel pianerottolo di tanti anni prima. Sospesi, dentro un bacio, senza tempo e senza più rimpianti.

Quando Maria rincasò non lo trovò, Giulio non sarebbe più tornato come non sarebbe arrivato ai 600 giorni senza bere. Doveva vivere quel che restava del suo amore per Valentina. Quel che restava, era tutto.


email: amatorossella1@gmail.com

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