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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

L'ALBERO DI LIMONE

2020-11-30 09:13

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L'ALBERO DI LIMONE

Racconto di Enrico Scandurra

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Aveva delle fronde uniche nel suo genere. Delle foglie verdi. Verdi, verdi. Più verdi di quanto si potesse immaginare o vedere ad occhio nudo. E poi dei frutti, dei frutti succosi. Talmente succosi che nessuno nel mondo aveva mai provato quella splendida sensazione agrodolce nell’addentarli e succhiarli fino a sentirli parte di un universo perfetto. Di un universo che forse solo l’universo stesso era stato in grado di crescerli con una divina complicità, assieme al sole e alla luna e alle stelle e ai cieli e a tutti gli altri esseri perfetti dei tanti mondi ancora sconosciuti. Non ci fu niente da fare, però, quando un giorno, uno di quelli davvero strani, quell’albero di limone, quello con le fronde uniche nel suo genere per essere chiari, decise di staccare le radici dal giardino e andarsene per sempre.  A dire il vero non fu tanto facile abbandonare tutti gli altri fusti lunghi lunghi che in un certo senso erano amici o fratelli da vite innumerevoli. Ma l’albero di limone aveva compreso da qualche tempo che la mano umana avrebbe fatto qualcosa d’insensato tra qualche giorno, settimana o mese. Gli uomini della cittadina di Granforte si erano riuniti nottetempo nella casa del Gran Visir, il padrone assoluto dei giardini e delle case e dell’erba e dei cieli di quello spicchio di terra chiamata da tutti Sikelia. E dopo innumerevoli tavole rotonde avevano stabilito che, per costruire altre abitazioni per i nuovi cittadini di Granforte, avrebbero dovuto far spazio…E dunque per fare spazio cosa avrebbero fatto se non tagliare gli alberi di limone di tutti giardini attorno! Una follia a pensarci! Eppure…la maggioranza…sì, quella strana e dannosa maggioranza aveva deciso per tutti. Anche per loro, per gli alberi. E la fragranza che ne usciva come alito dalle bocche era un odore di odori tanto odoroso che le donne si prostravano davanti a quei limoneti, invocando un Dio celeste in modo da evitare il massacro. Affinché quegli alberi che avevano visto crescere rimanessero fermi lì, immobili. E che fluttuassero al ritmo dello scirocco. Su e giù, giù e su.  Come un’altalena, come una giostra per i più piccoli. E proprio i bambini un po’ cresciutelli avevano vissuto per un certo periodo della loro bambagia sulle fronde di quegli alberi, a giocare, a salire, a scendere, insomma ad arrampicarsi come animali di una foresta. Ad ogni modo, tutto questo avvenne per un bel po’ di tempo. Fino a che, una notte, tutti gli alberi di limone di Granforte si riunirono anch’essi sotto il Principe dei limoni, ser Verdello il rivoluzionario. Uno di quelli con la testa addomesticata che somigliava moltissimo a quell’albero che aveva già tolto il disturbo. Quello con le fronde uniche nel suo genere. Delle foglie verdi. Verdi, verdi. Più verdi di quanto si potesse immaginare o vedere ad occhio nudo. E poi dei frutti, dei frutti succosi. Talmente succosi che nessuno nel mondo aveva mai provato quella splendida sensazione agrodolce nell’addentarli e succhiarli fino a sentirli parte di un universo perfetto. Ser Verdello ad ogni modo chiamò tutti gli alberi preoccupati per la loro sorte e decise che si accampassero nella notte vicino al Pozzo Santo, dove era piantato l’albero di limoni più anziano di tutto il giardino. Si chiamava Ser Vecchiolo ed era forse quello più saggio tra tutti gli altri tanto da non essere più considerato albero dalla stirpe umana, troppo impegnata a escogitare la trappola perfetta.

 

“Voi non sapete ancora come pensano gli umani. Sono troppo gentili quando ti piantano ed estremamente cattivi quando ti estirpano e ti tagliano a modo loro. Ad ogni modo, io vi consiglio di stare attenti e di fare come quell’albero lì che se n’è andato con le radici sue. Quello sì che ha cervello da vendere…”, disse Ser Vecchiolo a tutti gli altri alberi.

 

“E se ci scoprono?”, obiettò Ser Scantulino.

 

“Ma come vuoi che succeda, caro amico mio? Gli umani a quell’ora dormono. Dormono tutti, capite? Ascoltate me: fate tutto di notte. Notte fonda, mi raccomando, e senza alcun dubbio sarà una fuga fatta come Dio comanda”, rispose più perentorio Ser Vecchiolo che nel frattempo si era acceso una pipa.

 

“Ma senza un padrone chi ci innaffierà? E chi ci darà da mangiare?”, chiese con voce soffusa Ser Sciocco, il mezzo-marinaio.

 

Ser Vecchiolo non rispose. Si sedette sopra il Pozzo Santo e indicò l’acqua che vi era dentro.

 

“Guardate qui sotto: gli umani prendono l’acqua da questo pozzo per abbeverarvi. Voi non appena troverete quell’albero con le fronde uniche nel suo genere, con le foglie verdi, verdi, e con i frutti succosi che se n’è già andato via, avrete anche l’acqua migliore che ci sia in questo mondo”

 

“E da che parte dovremmo andare per cercare quell’albero? Dove se n’è andato? Non ci ha degnato neanche di un saluto!”, rammentò Ser Patimento, che si fece il segno della croce con un ramo mozzato.

 

“Ascoltatemi: so io dove si è diretto…”, lo interruppe Ser Mengardo, il tutto-so-io.

 

“Dove, Ser Mengardo? Dove?”, chiesero in coro tutti.

 

“Nella Terra della Libertade”, rispose secco.

 

Tutti si zittirono e poi:

 

“Qualche giorno fa io e quell’albero abbiamo discusso di cose molto personali. Molto, molto intime…”

 

“E allora?”, chiese Ser Marciullo, il pettegolo.

 

“E allora statti zitto, pettegolo che non sei altro. Ti sembro così scemo da raccontare a te e agli altri cose strettamente personali? Mah, ci rinuncio…”

 

“No, continua il tuo racconto Ser Mengardo, almeno quello che è lecito sapere”, continuò Ser Vecchiolo.

 

Tutti, ma proprio tutti, allora si assisero sul prato e cominciarono ad ascoltare, tutti insieme, la parola di Ser Mengardo, il tutto-so-io. E alla fine del racconto tutti ne furono estasiati. Ser Mengardo, ovviamente, non raccontò loro le cose strettamente personali, ma spiegò, per esempio, che quell’albero amico si era diretto in una terra lontana. Dove tutti gli alberi e gli animali di ogni genere si erano stabiliti per non dare più retta agli umani. E disse anche che lì vicino, in quella Terra della Libertade, vi era un fiume carico d’acqua e di sogni. E quest’acqua e questi sogni sarebbero bastati a tutti gli alberi e a tutti gli animali del mondo conosciuto e sconosciuto per poter vivere senza morire mai. In sintesi avrebbero potuto vivere il Tutto Ingrandito di Tutti Gli Universi. Appena finì di raccontare, Ser Mengardo, il tutto-so-io, arpionò un pezzo di legno appuntito e iniziò a disegnare una mappa sul prato. Disegnò un fiume, quel famoso fiume; disegnò tutti gli animali del mondo; disegnò tutti gli alberi dell’Universo; e disegnò anche una montagna, sul cui cucuzzolo c’era un albero. Un albero di limoni, guarda caso.

 

“Perché uno di noi sul cucuzzolo della montagna?”, chiese saggiamente Ser Vecchiolo, tutto impegnato a fumarsi la sua pipa.

 

Ser Mengardo si fermò, arretrò il passo e alzò all’in su gli occhi pieni di foglie.

 

“E’ lì che abita adesso il nostro amico e fratello”.

 

 

La notte seguente fu una notte oscura. Più oscura dell’oscuro. Ululati di lupi, streghe stregate nel pieno della foresta dell’Unicorno, passi delicati sulla terra brulla, resa aspra dall’odore di zagara dei limoni appesi. Era una notte molto notturna quella. E la volta celeste copriva gli animi stanchi e preoccupati di Ser Mengardo e degli altri alberi del giardino. Avevano deciso di evadere quella notte stessa e così avrebbero fatto. Non potevano rischiare di essere accoppati il giorno dopo da quegli esseri schifosi chiamati umani. Non gliel’avrebbero data vinta. Pertanto organizzarono tutto e partirono. Uno dietro l’altro. Uno accanto all’altro, senza seminare indizi sulla terra battuta. Anche se tutti portarono qualcosa con sé. C’era per esempio Ser Trastullo che non ne volle sapere di abbandonare il suo violoncello; c’erano i gemelli Ser Mercurio e Ser Pastrocchio che tenevano tra le foglie i propri genitori ormai vecchi e rattrappiti, ovvero Ser Castillo e sua moglie Sora Rosa Spaventata; ed ecco per la via anche Ser Magistro, il maestro di briscola in cinque, e la rispettiva consorte Sora Matilda, la mena-scoppole. Ed anche Ser Marcio che portò con sé la trappola per impedire agli uomini di trovarli. Non si seppe mai comunque di che cosa si trattasse, a dire la verità. Lui, Ser Marcio, si limitò a dire che…

 

“Speriamo di non averne mai bisogno…”

 

E così tutti si diressero per la strada del non ritorno, con Ser Mengardo che guidava tutti, tranne Ser Vecchiolo che ormai, anzianotto per com’era, decise di morire proprio il giorno dopo. Chiamò, con il suo vocione rauco e diretto, Mastro Ciccio, il vinaio, e acquistò del liquido rosso rosso che ingurgitò tutto in una volta senza perdere altro tempo. Il risultato fu una morte per coma etilico. Così almeno si venne a sapere più tardi. Quando ancora gli altri alberi erano a metà percorso. Ovviamente il primo a saperlo fu proprio Ser Mengardo che tenne la notizia segreta per molto tempo. Per un innumerevole tempo. Finché attraversarono il fiume e passarono all’altra sponda con una voglia matta di fare il bagno e innaffiarsi da soli.

 

“Fermi tutti!”, esclamò Ser Mengardo.

 

“Perché?”, domandò Ser Piccolo, il mendicante.

 

“Non qui e ora dobbiamo perdere le staffe e la coscienza. C’è molta strada ancora da fare. Mettiamoci di buona lena e camminiamo, razza di scansafatiche!”, sentenziò Ser Mengardo.

 

E così nessuno si innaffiò sulla sponda del fiume né si abbeverò. Anche se avevano una sete mostruosa e delle radici quasi secche, tanto da rischiare di morire lì. Ma Ser Mengardo ebbe un’idea straordinaria per risolvere il problema. Durante la notte tutti gli alberi si addormentarono sul prato, dopo aver camminato per oltre trecento chilometri più a est, verso dove sorgeva il sole all’alba. E in uno spazio di tre minuti Ser Mengardo fabbricò dal nulla una miriade di secchi di legno enormi enormi dove tutti gli alberi immersero le radici. Fu così che la mattina successiva, gli alberi di limone profumavano di zagara ancor di più rispetto al giorno prima. Appena svegliati, dunque, si stiracchiarono i rami e le foglie e i frutti, e ricominciarono a camminare verso la vetta del cucuzzolo, dove si era piantato l’albero amico che aveva delle fronde uniche nel suo genere, delle foglie verdi, verdi, verdi. Più verdi di quanto si potesse immaginare o vedere ad occhio nudo. E poi dei frutti, dei frutti succosi. Talmente succosi che nessuno nel mondo aveva mai provato quella splendida sensazione agrodolce nell’addentarli e succhiarli fino a sentirli parte di un universo perfetto.

 

“Tra qualche ora giungeremo laddove tutti potranno vivere come vogliono, in grande libertà e soprattutto con la sensazione di starsene sdraiati su un tappeto di gigli fioriti e perle di mare e foglie appena sbocciate”, disse con voce rauca Ser Mengardo, il tutto-so-io.

 

“Menomale, che fatica che abbiamo fatto finora! Non ce la faccio più!”, esclamò Ser Punto Fermo, il pigro.

 

 “Vedrai quando dovrai scalare il cucuzzolo della montagna…”, mormorò Ser Mengardo.

 

Il cucuzzolo della montagna, dov’era piantato il più scaltro albero del giardino era infatti irto e scosceso. Con innumerevoli scorciatoie, questo è da dire, ma ad ogni modo difficile da scalare per degli alberi inesperti come loro. Pertanto, quando giunsero ai piedi dell’altura più alta dell’altezza stessa, si organizzarono come meglio potevano. Ser Mengardo aveva già tra i suoi rami un’idea ben precisa su come risolvere la questione. E la espresse a tutti quanti con la solita tranquillità.

 

“Dunque…Ho pensato molto stanotte su come scalare la montagna: il nostro amico e fratello non ci sente. È troppo impegnato a far l’amore con le altre alberesse…Pertanto potremo arrivare lassù soltanto in un modo…Il seguente: costruiremo una scala, una scala di legno ovviamente e questo legno sarà il nostro. Mi spiego meglio: saliremo tutti quanti uno sull’altro e il primo, in ordine di altezza, che arriverà sul cucuzzolo tirerà su il secondo, e il secondo tirerà su il terzo, e il quarto il quinto, e il quinto il sesto, e così via finché non saremo tutti lassù”, spiegò con precisione Ser Mengardo, il tutto-so-io.

 

“Bell’idea”, disse Ser Piccolo.

 

“Che idiozia”, rispose Ser Minchiolo, il minchiataro più minchiataro che ci fosse in tutti i giardini del mondo.

 

“Secondo me funzionerà”, chiosò Ser Concordo, il fidanzato di Sora Arminia la Gran Duchessa.

 

“Certo che funzionerà”, esclamò Ser Mengardo.

 

“E allora non ci resta che salire uno sull’altro! Speriamo bene!”, sospirò Sora Lola, la più bella alberessa di limoni che ci fosse mai stata sulla faccia della Terra.

 

E così fecero. Lo fecero tutti. Uno ad uno. Una ad una. Senza sosta. E di più, ancora più su di quanto si potesse immaginare, ecco che ad un certo punto Ser Mengardo e tutti gli altri si accorsero che su quel cucuzzolo si stagliava, pieno di odori e colori sgargianti, un albero di ulivo, con una moltitudine di rami che esaltavano la vista. Un ulivo secolare, per quanto si potesse immaginare, che fluttuava avanti e indietro, indietro e avanti, senza che nessuno di quegli alberi di limone concepissero quel movimento. Era un moto ondulatorio che possedeva una grazia infinita. Una grazia che nessun altro albero, forse, avrebbe mai avuto dentro. Ser Mengardo quando tutti giunsero su quel cucuzzolo non seppe cosa dire. E alla fine decise di non parlare, visto che l’albero di limone dalle fronde uniche nel suo genere non c’era. Non era lì, insomma, ma da qualche altra parte che nessuno avrebbe saputo mai. Almeno secondo Ser Mengardo che si sentiva dondolare nel suo più profondo sonno. Cadde proprio in un sonno Ser Mengardo. E fu un sonno abbagliante, talmente abbagliante che all’improvviso la luce del sole si trasformò in spirale. E nella spirale di quella luce vide l’albero dalle fronde uniche nel suo genere: l’albero di limone ch’era fuggito dal suo giardino come poi avevano fatto gli altri. Fu una vista mozzafiato, tanto che Ser Mengardo si sporse più su del su e tentò di buttarsi nel dirupo sotto il cucuzzolo della montagna. Ma subito si fermò e udì ad un certo punto una voce:

 

“Caro Ser Mengardo, felice di rivedervi!”

 

“Amico, amico mio. Dove sei? Non ti vedo? Dove ti sei nascosto? Siamo tutti qui, sul cucuzzolo e tu non ci sei…”

 

“Caro Ser Mengardo, dove sono io, voi non potete accedere ancora”

 

“Come non possiamo accedere? Abbiamo fatto molta strada. Cosa dirò agli altri alberi che mi aspettano con tanta ansia”

 

“Semplice! Dì loro di aspettare. Di aspettare senza pensieri e di abbandonarsi al Culto del Nuovo Mondo. Fermatevi lì, sul cucuzzolo. Poco più in là si estende una grande pianura. Piantate le vostre radici e crescete in abbondanza. Nessuno raccoglierà i vostri frutti, nessuno prenderà mai il vostro legno per farvi del male. Ci sarò io a proteggervi. State tranquilli!”

 

E d’improvviso la luce abbagliante sfiorì come i petali di un fiore.

Ser Mengardo ritornò in se e decise di chiamare tutti gli alberi a raccolta e di spiegare loro ogni cosa. E siccome fu molto chiaro nessuno si permise di replicare. Gli alberi di limone si sistemarono a loro piacimento su una terra fertile e di una dolcezza unica nel suo genere. Era di un colore scuro, fatta di sogni e di grande verde attorno. Tanto verde che le foglie degli alberi si mimetizzavano con i fili d’erba di un prato che sembrava il giardino dell’Eden. E tutti furono felici. Felici di starsene al sole e di vivere in pace senza gli uomini. E soprattutto con il pensiero che l’albero dalle fronde uniche nel suo genere li avrebbe protetti da tutti e da tutto.

 

Qualche anno dopo, Ser Mengardo il tutto-so-io morì di crepacuore. Era ormai centenario e non ce la faceva più a starsene a capo di tutti quegli alberi. Pertanto si incamminò su una strada che tutti pensavano fosse un altro di quei sogni che faceva la notte sotto la luna piena. E mentre camminava con il suo tronco e le sue radici profonde si sentì male e si accasciò. Nessuno ne seppe più nulla di lui, ma un giorno, uno di quelli molto fortunati, un altro vecchio albero di limone dalle fronde uniche nel suo genere e con le foglie verdi, verdi e con i suoi succosi frutti si presentò nel giardino. Aveva un aspetto molto simile a Ser Mengardo, e giungendo da una terra parecchio lontana, si stabilì anche lui per sempre nel giardino. Il suo nome non si seppe mai, nessuno glielo chiese mai. Ma qualcuno notò che sotto i rami nascondeva un libro da cui uscivano parole d’amore e che diedero cibo e abbondanza per l’eternità.


email: enrico.scandurra@gmail.com

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