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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

COME CARTA DA ZUCCHERO

2020-11-27 17:55

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Scritti, Racconti, Racconto, Racconti, Come carta da zucchero, Paolo Verticchio,

COME CARTA DA ZUCCHERO

Racconto di Paolo Verticchio

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“E’ un anno che ci arrivano … una volta due, una volta trecentomila!”

E mi guardò veloce.

“Nessuno glieli ha mai chiesti, voglio dire! Il giusto, dicevo io. Solo quello. Lo fa di sua spontanea volontà, non ci sono altre spiegazioni.”

“E’ un bel gesto, no?”

“Non lo avrei mai pensato da un uomo così.”

“Neppure io da quello che ho sentito.”

Fissai un riverbero di bronzo che s’espandeva ovale sul cruscotto della macchina e istintivamente mi portai la mano davanti agli occhi.

         Mi voltai verso mia madre.

“Mi fa venire mal di testa, sto caspita di sole!”

“Che vuoi farci … è la sua stagione, figlio mio!”

         Si udirono dei clacson nell’aria, qualcuno urlò qualcosa. Un vigile urbano sorrise dall’altra parte della strada facendo segno con la mano.

“E’ una stagione di merda! C’è poco da fare!” dissi con molta semplicità.

La macchina ebbe un sussulto improvviso.

Mia madre si voltò per un attimo verso di me e mi guardò velocemente, senza aggiungere niente e senza sorridere.

Poi tornò sulla strada.

“Che c’è?”

Tossì un paio di volte.

“Non la pensi così?”

“Non mi distrarre, per favore. Sto guidando.”

“… Scusami, non volevo.”

Guardai vero il basso - un poco rammaricato - e fregai via una macchia di brodo dal bordo dei pantaloni, col dito indice, raschiandola con l’unghia e poi lisciandola con la falange. Ci passai pure il pollice più volte.

“E dire che non ci doveva essere traffico …”

“Per favore, non mi distrarre, ho detto!”

         Non parlai più.

Non era proprio giornata, oggi.

Guardai fuori e mi immersi nei miei pensieri più semplici, senza rischiare di disturbare nessuno. Continuai a grattar via la macchia di brodo col dito e pensai a quello che avrei dovuto fare il pomeriggio. Al mio amico Andrea, pensai. Tastai le chiavi di casa nel fondo della tasca, l’accendino, poi le sfilai e le misi nel cassetto davanti a me.  

D’improvviso la macchina cominciò a rallentare, poi andare verso destra. In fine si fermò di fianco al marciapiede e le quattro frecce presero a cicalare nervosamente.

“Cosa succede?”

Mia madre fece un sospiro come per cercare qualcosa nell’aria.

Oh Cavolo!

Guardai impulsivamente fuori dalla macchina e mi sporsi dal finestrino con la testa.

“Abbiamo bucato?”

Silenzio.

Scosse la testa.

“Il carburatore?”

“Neppure!”

“Allora cos’è?”

Rimase per un attimo fissa sulla lancetta del contachilometri - rotta e ferma sotto le zero, ci guardai pure io - staccò le mani dal manubrio e si voltò verso di me lentamente, come se si stesse trasformando. Rimasi quasi paralizzato. Mi guardò negli occhi come si guarda un peluche usato, salda e leggera nello stesso tempo. Le sue iridi brillarono di mogano. Non ricordavo una cosa del genere tra me e mia madre. Assunse un tono quasi religioso il suo sguardo dentro al mio.

Aggrottai involontariamente le sopracciglia.

“La benzina?”

Fece ancora no con la testa.

“Perché ti sei accostata, mamma?”

“Ti vorrei chiedere una cosa, Joe.” E continuò a fissarmi.

Silenzio.

Pensai istintivamente a le mille cose che avrebbe potuto chiedermi ma rimasi impassibile come se non avessi nulla da nascondere.

“Dimmi pure ...”

Prese un poco di fiato.

“… Non usare questi termini davanti alla dottoressa Carter, mi raccomando!”

“Mm?”

“Potrebbe allarmarsi. Voglio dire: “merda”, non è che sia una parola cattiva, ma sai come sono queste persone, no? Mi capisci cosa voglio dire? Le parolacce, la fronte corrugata, sono segnali importanti per loro. Tieni le mani in tasca. Noi non ci facciamo caso ma loro vedono pure quello che non c’è da vedere. E poi scrivono ...”

“Che scrivono?”

Fece una smorfia con la bocca e acconsentii seriosa.

“Scrivono e basta!”

“Mi chiederà mica del sole, la dottoressa Carter?”

“… Credo proprio di no.”

“Allora vedrai che non ci sarà problema.”

“Ti chiederà se lavoro, magari. Come passi i pomeriggi. Questo ti chiederà. Se sono presente a casa o se ti trovi bene. Come va la scuola. Che persone frequenti. Che ne so, forse anche di tuo padre, ti chiederà ...”

“E io che devo rispondere?”

Si udì un clacson insistente dietro di noi, qualcuno imprecò a voce alta, mia madre bofonchiò a mezza bocca e mi tolse lo sguardo di dosso. La macchina riprese la sua marcia puntando il centro della città.

“Rispondi ciò che vuoi, ma non dire che lavoro, okay?”

“Certo che questo mondo è proprio strano …”

Mi guardò di fuggita, senza sorridere - al volo - mi lisciò i capelli e poi tornò dritta davanti a sé.

Si accese una sigaretta meccanicamente.

“Identico a quello che non viviamo, figlio mio! Identiche come due parallele di legno.”

Non capii assolutamente cosa volesse dirmi ma mi grattai un orecchio come se avessi capito perfettamente.

Insomma, mia madre non lavorava.

Mi era preso il timore di dover ammettere altre questioni, accidenti.

Arrivammo all’ufficio della dottoressa Carter - una finestra immersa in mezzo a mille altre finestre tutte uguali, s’un palazzo rettangolare intonacato di rosa - intorno all’una e mezza del pomeriggio. Faceva caldo. L’appuntamento era tra una trentina di minuti, non potevo sbagliarmi. Lo avevo letto s’un foglietto che fino a quella giornata era rimasto appeso al frigorifero sotto un pezzo di calamita piccola così. Rubata all’idraulico quando aveva cambiato il sifone. Recitava a grandi linee: Dottoressa Carter, due in punto. Parlare con Joe. Spiegare bene la situazione.

La calamita faceva da testimone alla faccenda.

Impugnai la coppola - mia madre strinse un foulard zebrato - se lo annodò attorno collo, poi aprì uno specchietto dorato e storse appena la bocca. Cominciò a spandersi una specie di polvere marrone con un pennello sotto agli occhi e sulle guance. Era la prima volta che vedevo mia madre truccarsi in vita mia, credo. Sopra al naso. Intorno al mento. Anche sulla fronte, se lo passò.

“Servirebbe anche a me quella roba! Gli occhi chiari sono una grossa fregatura quando c’è il sole! A cosa serve di preciso?”

Mia madre negò con la testa e mi rispose per nulla.

Rimase fissa sull’attrezzo polveroso, storse ancora la bocca verso i due lati delle guance e le sbruffò col pennello. Si spalmò polvere anche sotto al mento, sempre senza guardarmi.

“Sei giovane … ancora non le hai le occhiaie.” Masticò con la faccia all’in su.” E poi i tuoi occhi sono davvero belli. Smettila con questa storia del sole, per cortesia!”

“Le avrò anch’io un giorno le occhiaie, grosse così, puoi starne certa!”

“Che razza di pensieri ti vengono in mente!”

Il pennello vibrò nell’abitacolo come una scure impolverata. Mia madre si voltò decisa verso di me e mi puntò un dito contro la faccia, a due centimetri dal naso. La luce ora era diversa.

“Alla tua età? Sciocco che non sei altro! Le occhiaie! Pensa alla dottoressa Carter, piuttosto. Concentrati. Sai dove stiamo entrando?”

“Sono tre mesi che ne sento parlare.”

“Da chi ne senti parlare?”

“In casa ne sento parlare.”

“Bene!”

         In realtà le informazioni principali erano venute dai miei amici, non dai familiari.

“Dunque smettila di fare queste domande idiote e prova a fare il serio per una volta in vita tua! Capisci cosa c’è in ballo?”

Rimasi a guardarla.

Era bellissima mia madre quando si arrabbiava. Vergine Maria, che splendore!

Mi venne da sorridere.

“Più o meno!”

“Andiamo, meglio non arrivare tardi!”

         Mi baciò una guancia e mi strinse dal collo.

“Sei un cretino!”

“Scusa ancora!”

“Non preoccuparti, ora smettiamola di parlarne e levati quel ghigno dalla faccia!”

         Scendemmo dai rispettivi posti - lei dalla parte dove stava il portone di entrata per l’ufficio della dottoressa Carter, io dall’altra - e mi aspettò davanti agli scalini d’imbocco mettendosi a parlare con una guardia giurata. L’ingresso era a dieci metri dall’auto. Mi legai il giacchetto di jeans sui fianchi - un doppio nodo - guardai di fuggita il tipo che parlava con mia madre mentre eseguivo l’operazione e gli arrivai davanti con le mani in tasca e stretto a morsa nelle spalle. Avrà avuto l’età di mia madre, il tipo.

“Salve, signorino!”

Che diavolo vuoi, pensai guardandolo dal basso in alto, restando in silenzio.

Mia madre mi allungò una mano come per stringermela nella sua.

“Che piano è?”

“Quarto, signora.”

“La ringrazio molto.”

Evitai di incrociare il suo sguardo, evitai la mano che mi era stata offerta e mi avviai nel corridoio dove era indicato l’ascensore.

Mia madre mi raggiunse allungando un poco il passo.

“Sei nervoso, nevvero?”

“Ci dovrei pensare. Non ne ho idea di preciso.”

Percorremmo un andito largo e corto e pieno di macchine per gli snack e secchi per l’immondizia - in silenzio - ed entrammo in un ascensore metallico alto tre metri e largo due abbondanti. Uno specchio rettangolare era avvitato di fronte a noi.

Cercai di pensare alla domanda che mi aveva posto poco prima mia madre.

“Perché me lo hai chiesto?”

“Cerca di toglierti quello sguardo di dosso, fammi la cortesia.”

“Che sguardo ho?”

“Lo sguardo di uno nervoso!”

Era la vita dopotutto, io ci ero semplicemente incastrato in mezzo.

Non dire mai la verità, mi raccomando.

“No, non sono nervoso.”

“Prova a sorridere, ecco bravo! La dottoressa Carter vuole vedere un ragazzo felice e spensierato.”

“Felice e spensierato.” Ripetei io.

         Poi pensai al mio amico Andrea che abitava due palazzi più in là del nostro. Entro sabato sarei dovuto passare a trovare anche Frenchi.

“Prego!”      

Il quarto piano era deserto e vuoto, un uovo di pasqua senza sorpresa. Desolato. Porte e secchi per le cartacce, immobili e spensierati, e rivestimenti sui montanti e distributori per l’acqua minerale e ancora secchi. A qualche metro di distanza da noi una figura sottile si avvicinava a passi corti. Due frecce indicavano altrettanti corridoi, in direzioni opposte, in alto, di rimpetto all’ascensore. Il pavimento era blu a chiazze bianche. Certamente di gomma cerata.

“Lei è la dottoressa Carter!”

“Ma che bel ragazzetto!”

E dagli, ragazzetto sarà quel topo di tuo fratello, pensai tra me senza muovermi di un solo millimetro.

“Salve, signora Prosperi.”

“Dottoressa.”

         Mi poggiò una mano tra i capelli.

Non aveva un buon umore, si capiva anche al buio, per la miseria. Niente tacchi, neppure finti. Un paio di orecchini di plastica nera e un tailleur grigio sopra scarpe opache e senza lacci. Non si vestivano mica così le dottoresse, dico io! Neppure un bracciale, un foulard, delle calze sottili. Che ne so … E ‘sto profumo poi …

Tirai indietro la testa e sgusciai dalla sua presa facendo un piccolo passo di lato, dalla parte opposta a dove si trovava mia madre.

“La stanza è quella in fondo, sulla sinistra, arrivo tra un minuto, Joe.” 

“Ci vediamo tra poco!”

“Faccio due chiacchiere con la mamma e arrivo subito.”

Mi incamminai senza rispondere nulla e guardai distrattamente i quadri appesi alle pareti. Cornici di poco o niente. Cercai di concentrarmi sul respiro, più che altro, sulla punta delle scarpe. Sulle fughe del pavimento gommato e sui battiscopa in legno. Per un attimo pensai anche a come ucciderla, la dottoressa Carter. Devo essere sincero: un tagliacarte sulla giugulare o direttamente un’imboscata con i lacci delle scarpe stretti a cappio attorno al collo?

Pensieri angoscianti a parte, come alzai gli occhi, una piccola stanza – quattro per sei - mi accolse prima di una grossa finestra che dava sul parcheggio antistante. Cupa e gelida, benché fuori facesse oltre trenta gradi e passa, dio santo. Una classica stanza da bevitore di vodka senza problemi di approvvigionamento. Dava sul retro dello stabile, sul fianco, e in parte anche sulla strada che portava allo stadio della città e sulla via principale. La croce del nostro signore Gesù Cristo, ben in vista e lucidata - in alto sulla destra - sorvegliava la situazione restando un poco nell’ombra. Due librerie piene zeppe di titoli incorniciavano una scrivania di finto legno, morsicchiata qua e là e con qualche bruciatura sul pianale.

Tre minuti scarsi e sentii scattare il battente sul montante della porta. Ero in piedi e sbriciavo i libri alla mia altezza. Libri sofisticati, con titoli improponibili.

“Insomma: cosa mi racconti, ragazzo?”

         La volevo uccidere, lo sa, pensai tra me.

Si accomodò dietro la scrivania e si portò le mani sotto al mento.

“Siediti.”

“Cosa vuole sapere, dottoressa?”

“Dimmi qualcosa di te.”

Cercai di trovare una posizione comoda sulla sedia e di mettere le mani in tasca.

“Non saprei cosa dirle.”

“Qualsiasi cosa. Quello che ti viene in mente.”

Restai in silenzio e mi sforzai di fissare i lacci delle scarpe. Cercai di controllare il respiro giocherellando con l’accendino.

Non ero preparato ad un colloquio libero, ecco la verità! Non mi avevano avvertito. Piuttosto credevo che mi bombardasse di domande riguardanti i fatti miei, dei miei genitori, le conoscenze, la scuola, i cani che mi erano morti! Così avevano detto mia madre e i miei amici. I soldi per campare. Ero preparatissimo su quello. Ma no che aspettasse i fatti miei direttamente dalla mia voce.

“Che profumo usa, dottoressa?”

“Le faccio io le domande, Joe.”

“Non saprei cosa dirle, sul serio!”

“La fidanzata ce l’hai?”

         Alzai lo sguardo e glielo puntai dritto in faccia, onestamente.

Feci passare tre o quattro secondi prima di rispondere.

“L’amore è come carta da zucchero, dottoressa!”

Ghignai senza controllarmi.

Lei sorrise.

“Come carta da zucchero?”

“Già! … proprio uguale, uguale.”

 “Una bella immagine, devo dire. Dove abiti, Joe?”

         Gli dissi la zona.

“La via?”

         Come la via, cosa c’entra adesso la via?

Le dissi anche la via.

Un secondo dopo rimase immobile nel mio sguardo come se avessi detto la via del suo ex ragazzetto delle medie. Smise anche di ridere per un momento. Si fece più seria e desolata. Tolse le mani dal mento.

“La conosce?”

“… Quanti anni hai, mi dicevi?”

“Non glielo dicevo, dottoressa.”

Silenzio.

“Quanti anni hai?”

“Sedici e mezzo. Li ho compiuti a gennaio.”

         Ne dimostravo tre o quattro in meno, in realtà.

“Sei un ragazzo in gamba a sentire come pesi le parole. A scuola ci vai volentieri immagino?”

“Tutte le mattine, dottoressa.”

 “Sarò onesta con te, Joe: non mi interessa che tu mi riempia di bugie, di mezze verità o di verità falsate.”

Annuii involontariamente.

“Sarò onesta e punto. Ti ruberò cinque minuti. Tuo padre se ne è andato e tua madre risulta non lavorare, ecco la situazione. Ovviamente noi sappiamo che non è così altrimenti tu non potresti stare a casa con tua madre da oltre dieci anni in questa situazione. Quindi non ti chiederò se tua madre lavora in nero o meno e non ti chiederò neppure se fumi (anche se ho visto un accendino nella tasca) o cose del genere.”  

Ci poggiai una mano sopra. Cavolo, potevo lasciarlo in macchina!

“Sono fatti tuoi quello che fai della tua vita. Ma una cosa debbo dirtela:” Proseguì la dottoressa, “ti seguiamo come seguiamo tutti i ragazzi del comprensorio dove vivi e che sono nella tua stessa identica condizione. Molti anche peggio. Una quindicina di famiglie in totale. Forse più. E come ho detto loro, se avrete a che fare, anche solo di sfuggita, con le autorità saremo costretti a spostarvi in una casa famiglia. E’ una situazione delicata, Joe, devi saperti comportare, almeno fino a quando non arriverai alla maggiore età. Poi saranno esclusivamente affari tuoi e pagherai per te.”

         Buono.

Ci fu un baleno di silenzio interminabile dopo queste parole. Sentii un boato nella mia testa, un obice gigantesco, o un qualcosa del genere esplodere. Non saprei dire cosa fosse! Un incendio. Durò una frazione di secondo. Mi poggiai allo schienale della sedia e presi fiato inarcando appena la schiena e continuando a guardarmi le scarpe. Tutto rimase appeso nell’aria, perdio. I respiri, i sospiri, i pensieri che mi assalivano.

Mia madre.

“Quindi non voglio sapere come passi le giornate e se hai buoni voti a scuola.” Continuò la dottoressa “L’unica cosa che mi preme di dirti è di fare attenzione a quello che fai!”

         La guardai in viso.

Non pensavo avesse così chiara la realtà, onestamente.

“Ti ci trovi bene nel posto dove abiti?

“Discretamente, diciamo.”

Si sistemò gli occhiali sul naso e prese delle carte che aveva davanti a sé. A scatti lenti si portò i fogli a dieci centimetri dal muso e mi guardò come si guarda un parente caro.

“Questo non deve succedere più, ad esempio. Da quello che leggo pare che hai avuto dei problemi con alcuni compagni di scuola una volta. Seri! Addirittura si parla di atti di estrema violenza su uno di questi ragazzi. Lo stavi soffocando!”

“E’ successo qualche anno fa, dottoressa. Mi hanno picchiato in quattro … chiusi nel bagno per i bidelli. C’è stato un malinteso.”

“Ti sei chiesto perché lo abbiano fatto?”

“Invidia, dottoressa Carter, solo quello!” Risposi mentendo. “Io ho una famiglia normale e loro invece non ne hanno affatto. Ecco perché se la sono presa con me. O almeno credo che sia per quello.”

“Cosa vuol dire per te: una famiglia normale?”

         Presi tempo. Provai a guardarla ma non mi riuscì.

Fissai Nostro Signore Gesù Cristo appeso alla parete sopra la sua testa.

“Vuol dire che i genitori non sono morti, non stanno in galera e non sono tossico dipendenti, dottoressa! Neppure alcolizzati. Che siano analfabeti non conta. Niente altro conta, direi.”

La dottoressa Carter mi guardò ancora più seria. Poggiò le carte davanti le sue dita e si tolse gli occhiali dal naso. Assunse un’espressione che ricordò vagamente un essere umano innamorato.

“Tuo padre come sta?”

“… Bene! Se la cava anche senza di me.”

“Uno dei genitori ti ha mai detto di non parlare con l’altro?”

         Scossi la testa.

“Sono contenta! E’ una cosa buona.”

La guardai fissa negli occhi, respirando piano e restando in silenzio. Una cosa buona, diceva lei. Molto delicata, pensai tra me. Erano passati cinque minuti?

Spostai lo sguardo verso destra e lessi una targa vicino alla sue dita intrecciate: Tutela minori, ufficio legale del tribunale di Roma. Ass.te Soc: Carter T.

“Posso andare adesso?”

“Penso di averti detto tutto!”

“La ringrazio molto, dottoressa. Grazie sul serio.”

Mi alzai a fatica dalla sedia- senza che mi dicesse nulla - mi lisciai i capelli dietro le orecchie e appoggiai la coppola sulla nuca. Lei rimase sul mio sguardo per qualche secondo e mi scrutò più seria.

“Come ti sei rotto il dente?”

         Automaticamente ci passai la lingua contro.

“A calcio, due tre anni fa!” Risposi. “Una testata.”

“Involontaria, immagino.”

“Sono cose che capitano quando si corre dietro ad un pallone.”

         Ovviamente stavo mentendo, me lo sapevamo tutte e due.

“Capisco. Certo! Puoi andare da tua madre.”

“Ragazzo …” Esclamò mentre stringevo la maniglia della porta.

         Ancora!

Mi voltai lentamente.

“Mi dica, dottoressa!”

“La lasceremo stare fino a quando non farà qualcosa che attirerà la nostra attenzione, glielo ripeto. Il posto dove abita ci porta molti casi disperati! Continui a rigare dritto e vedrai che tutto andrà benone.”

“Mi prometta che se la prenderà solo con me se succederà qualcosa!”

Silenzio.

         La dottoressa si alzò lentamente dalla sedia scuotendo piano la testa.

“Questo non posso promettertelo, ragazzo. Inevitabilmente sarà anche sua madre a rimetterci e tutti quelli intorno a te che ti vogliono bene!”

         Guardai il soffitto.

“Non sono tanti!”

“Quella povera donna non c’entra nulla!” aggiunsi.        

“Dipende da te, io non ho nessun potere su questo.”

         Abbassai lo sguardo, aprii la porta, la guardai un’ultima volta e me la richiusi alle spalle.

“Arrivederci, dottoressa Carter!”

Inghiottii un blocco di saliva che sapeva di sangue.

         La frase “dipende da lei, ragazzo” ridondò nella mia testa per qualche secondo ancora. Feci un lungo sospiro e cercai di scacciarla scuotendo i brividi dalle spalle.

Mia madre come mi vide schizzò in piedi da una sedia di plastica che stava al centro del corridoio - attaccata al muro - e corse verso di me lisciandosi gli occhi con le palme consumate. Le dissi di stare calma e rientrammo nell’ascensore prendendoci sottobraccio.

“Come ti senti? Com’è andata?”

Ero ancora un po’ scosso.

“Avete fatto subito.”

“Ottimamente direi.”

         L’ascensore traballò leggermente.

“Ti ha chiesto se lavoravo?”

“No!”

“Neppure quanto guadagnavo?”

“Assolutamente.”

“E’ per via del mantenimento da parte di tuo padre, capisci.”

“… Mi ha detto che probabilmente papà bloccherà quel in più che ci manda, ma io resterò a casa.”

“Come fa a saperlo di tuo padre?”

“Bah, questi scrivono, scrivono … non so che dirti!”

“Ti voglio bene, figlio mio.” E mi mollò un bacio sulla fronte. “L’importante è che non ti mandino in qualche casa famiglia lontana!”

“Non mi ci mandano, non ti preoccupare!”

         Forzai il mio silenzio e la guardai come una sorella maggiore.

Non ci conoscevamo molto in realtà io e mia madre, stava fuori casa per venti ore al giorno praticamente da quando avevo quattro anni. Ma come per la dottoressa Carter; lo sapevamo tutt’e due. Indubbiamente, però, mi dissi in quegli istanti eterni mentre mi teneva a sé, si vedeva persino dal bianco degli occhi quanto mi amasse questa donna. In qualche modo dovevo contraccambiare, dio santo.

Esistevo mica solo io!   

In capo a due ore, tra un sorriso e una menzogna, clacson e cani che pisciavano qua e là, mi ritrovai in salone, davanti all’ultimo cassetto del canterano, in ginocchio per terra, con le mani sulle gambe a guardare la biancheria intima che mi aveva regalato mia nonna materna e a spostarla fuori dal cassetto. Mia madre era tornata a lavorare, mi aveva lasciato sotto casa, mi aveva baciato forte ed era scappata via come un razzo. Doveva fare ancora il secondo e il terzo turno, mi disse. Sarebbe tornata a mezzanotte e mezza, forse. O forse alle due. Non aveva importanza. Sarebbe tornata.  

Tolsi le ultime mutande e sfilai il sottofondo dal cassetto. Cacciai una scatola di metallo, posai il coltello, e poi le rimisi a posto. Presi anche un incarto di stoffa gonfio come un portafogli e li spinsi in una busta per il pane. Il cassetto lo lasciai aperto.

Uscii dal palazzo a metà pomeriggio, ora della merenda. Il sole si stava finalmente coprendo. Si udivano acciottolii di stoviglie e rumori di televisori. Gatti che miagolavano. Percorsi il pontile fino all’ultima scala poi svoltai a destra e continuai a salire. Salutai un paio di persone che incrociai lungo i portici e proseguii spedito. Prima dell’angolo della quarta scala mi fermai. Buttai un occhio a destra, uno a sinistra, e arrivai davanti all’entrata camminando di traverso. Scala B, recitava. Spinsi il portone con il piede, mi guardai ancora le spalle e imboccai le scale saltandole a due a due. Abitava al quarto piano il mio amico Andrea. Aveva qualche anno più di me, viveva con la fidanzata e due cani.

         Arrivai col fiatone.

“… Joe, come va? Come mai a quest’ora?”

         Gli mostrai la busta con l’incarto senza dire una parola.

“Non vivo da solo, mi spiace!”

         Annuì.

“… Capisco!”

“Mancano trecentomila lire, sabato vedo Frenchi e te le faccio riavere.”

“Dopo tutto sto tempo. Non preoccuparti, salutamelo tanto a Frenchi.”

“Ci vediamo sabato.”

         Scesi le scale, rifeci la strada al contrario e rientrai in casa. Il cassetto era ancora sottosopra. Un silenzio tombale pressava il salone e il mio petto. Mi piegai per terra, constatai che dentro non ci fosse più niente - neppure più cinquemila lire per comprarmi le sigarette o altro – bloccai il sottofondo e mi sdraiai sul letto.

Il soffitto cadeva a pezzi, dannazione. Come avevo fatto a non accorgermene prima. Era pieno di muffa. Scendeva giù dalle pareti e si allargava verdognola sopra l’armadio e intorno al lampadario. Da tutte le parti stava quella maledetta. Se ne poteva sentire quasi l’odore.

Ah, se solo avessi avuto ancora i soldi!

         Mi venne di pensare alla dottoressa Carter, in quegli istanti. Alla sua faccia di cera. Al suo profumo. La sua schiettezza. Allo zucchero al dettaglio che prendeva mia nonna materna quando tornava dal mare e alla carta che lo confezionava, mi venne di pensare. Già! Ruvida e ingannevole come l’amore, mi dissi. Ingannevole e ruvida come la vita. 

         Chiusi per un attimo gli occhi e pensai qualcosa di diverso.

Finalmente cominciò a diluviare, per la miseria.


email: paolo.verticchio@yahoo.it

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