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MEMORIAL MARIANO VENTIMIGLIA

XVI EDIZIONE

L'ULTIMO ROMITO

2020-11-22 16:01

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Scritti, Racconti, Racconto, Racconti, L'ultimo romito, Diego Celi,

L'ULTIMO ROMITO

Racconto di Diego Celi

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Ci sono immagini che il tempo non sbiadisce e che restano sempre nitide, ricordi che si materializzano in maniera così reale da suscitare ancora profonda emozione. La circostanza è tragica, l’evento devastante, la realtà inimmaginabile: un bambino di pochi anni, pieno di vita, dolce e sereno muore improvvisamente. Un dolore senza fine, una ferita che non si chiude. La tragedia più grande che si possa concepire, esperienza devastante che toglie il senso della vita a chi l’ha sperimentata. Non è il lutto traumatico che riguarda la perdita di una persona cara, la perdita di un figlio trascende ogni categoria di trauma: è indescrivibile!

L’atmosfera è greve, la disperazione non ha conforto, le parole e l’affetto di parenti e amici non leniscono il dolore e non rischiarano il buio. E poi c’è una grandissima rabbia. Rabbia nei confronti di Dio, della sorte e della vita stessa. Ci si sente oggetto di una punizione difficile da potere essere accettata. Chi scrive c’era a quella veglia funebre, ma era presente anche un uomo con una lunga barba e una tonaca nera. Eretto, poggiava la mano sul piccolo bianco feretro: il viso affilato, gli occhi socchiusi dietro spesse lenti, esprimeva una grande sofferenza. Non parlava, sembrava che nemmeno respirasse, ma non staccava la mano appoggiata. Era Padre Alessio. Lo conoscevo superficialmente, avevo sentito parlare molto di lui, non avrei mai ipotizzato di scrivere di lui. La figura ieratica e composta quasi immobile mi colpì. Conosceva il bambino morto e i genitori. La sua sofferenza era vera, il dolore era immanente. Mi chiesi come poteva confortare i genitori, come poteva giustificare, un uomo di fede, la morte di un bambino innocente. Ho pensato che sarebbe stato molto difficile trovare parole e argomenti anche per lui. Sono passati tanti anni, ma sebbene il buco nero di quella morte è ancora vivido, ho cercato di capire il significato di quella mano appoggiata e immobile. “Dio non è venuto per togliere il dolore e neppure per spiegarlo. È venuto per condividerlo. Dal momento in cui, Cristo, ha abbracciato la croce e l’ha portata fino alla fine, attraversando il tunnel della morte, si può affermare che ciascuno non è più solo sotto il peso del suo dolore” (Paul Claudel). Quella mano appoggiata forse voleva significare questo: la condivisione del dolore attraverso la fede. In quel gesto vi era la consapevolezza che il dolore non si può evitare ma si può condividere.

Ha piantato un presidio di preghiera e di silenzio in un Eremo per tessere una rete di fede e umanità, mentre intorno c’è smarrimento per l’evaporazione dei principi base dell’umanesimo. Come nel sesto secolo, anche adesso, ci sono migrazioni; ma a differenza di allora i monaci di oggi non hanno la forza e l’influenza di quelli di un tempo. Bistrattati e a volte derisi, offrono una testimonianza che ai più appare assurda se non incomprensibile. Eppure, furono questi monaci che riuscirono a salvare l’Europa con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula: “ora et labora”. Lo fecero nel momento peggiore, negli anni di violenza e anarchia che seguirono la caduta dell’Impero Romano, quando le travolgenti invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Ondate violente, spietate, pagane. Li cristianizzarono e li resero europei. Con il loro esempio salvarono una cultura millenaria, rimisero in ordine un territorio devastato e in preda all’abbandono e costruirono, grazie ai monasteri, tralicci luminosi di cultura e civiltà. Quelle nere tonache ci dicono che l’Europa è prima di tutto, uno spazio millenario di integrazione. Lo jeromonaco Alessio Mandanikiotis è l’umile epigono di quella formidabile tradizione italo-greca che realizzò in Italia e, soprattutto nell’estremo Sud della Penisola, quel processo di globalizzazione che Bisanzio guidò e non impose, ma che il monachesimo realizzò.

Scrivere questo racconto può apparire anacronistico e fuori moda in un mondo, quello attuale, caratterizzato da puro edonismo, arrogante superficialità e spietate guerre finanziarie che nulla hanno a che fare con l’economia. Non è una apologia della storia, ma desiderio e fame di conoscenza storica, rispetto e ammirazione verso chi sa testimoniare, a costo di rinunce e sacrifici, i propri valori.

Padre Alessio, come tutti lo chiamano, è un prete-monaco ortodosso. Un uomo di fede e di profonda cultura, e come tutti gli uomini ha un vissuto e una storia. Vive in un eremo di un territorio che vide un tempo la straordinaria fioritura della ascesi monastica italo-greca. L’eremo della Candelora è situato nel territorio collinare del Comune di Santa Lucia del Mela, nella provincia tirrenica del messinese, che guarda le Isole del dio Eolo, nell’azzurro Tirreno che vide la venuta di Ulisse per consultare il dio, là dove pascolavano le vacche, sacre al dio Sole...terra di miti arcaici e di profonda religiosità popolare che eleva e innalza il vissuto terrestre di quanti uomini e donne, hanno svolto la loro umana vicenda nel sudore e nella fatica di ogni giorno per sopravvivere e lasciare spesso un ricordo sbiadito di sé.

L’imponente castello arabo normanno domina oggi il paese di Santa Lucia del Mela (ME). L’antico maniero conserva intatto il suo fascino e mostra ancora l’arcaico dominio sul “planum milatii”: esso mantiene le iniziali fattezze arabe ed espone nella sua intatta bellezza il deciso influsso delle dominazioni successive. L’imperatore Federico II ben conosceva Santa Lucia del Mela che aveva definito “regalibus nostri deliciae”, e talvolta, vi aveva fissato la propria dimora, come nel 1250, prendendo a nobilitare la città e a dotarla di quei privilegi che avrebbe mantenuto nei secoli. Dal castello è possibile godere di un panorama mozzafiato e osservare stretti tornanti che si insinuano fra i monti. Il territorio montano, peloritano-nebroideo è disseminato di piccoli, sparsi edifici rurali, minuscoli casolari, un tempo vivaci testimoni di vitalità familiare di pastori, allevatori, contadini e semplici artigiani che qui trascorrevano quasi la loro esistenza, sparsi nel suggestivo ma rude paesaggio boschivo (un tempo molto folto) attraversato da numerosi rivi e corsi d’acqua (un tempo navigabili). Solo il fruscio del vento e il flebile scampanio degli animali da pascolo caratterizzavano il maestoso silenzio di queste contrade. Ricercatori ed esperti individuano, oggi, quali di questi muti edifici, spesso ridotti a ruderi divorati dai rovi, risalgono ad epoche antiche (tardo romane e bizantine) che hanno antropizzato l’interno della Sicilia e disseminato i luoghi montani in edifici in pietra. Tutto fa capire come questo territorio abbia espresso la cosiddetta “civiltà rupestre mediterranea” su cui si insediò e sviluppò il monachesimo bizantino. Padre Alessio dopo un lunghissimo e travagliato percorso spirituale, viene ordinato diacono nella cattedrale di San Giorgio dei Greci a Venezia e poi sacerdote ortodosso a Napoli. “Sentivo che bisognava fare qualcosa nel messinese e, grazie all’appoggio della mia famiglia sono riuscito a trovare questa casetta che ho ristrutturato e che ho ottenuto in comodato d’uso”. L’eremo di contrada Sauci (Eremo Esicasta, intitolato alla solennità mariana della “Candelora”, testimonianza della diffusa liturgia bizantina nel territorio messinese, ancora oggi titolare della antica parrocchia rurale del villaggio, di origine dei nonni), a Santa Lucia del Mela è un luogo fuori dal tempo, dove domina il silenzio e si respira un’aria di santità.

La parola è una sua caratteristica, del logos è un interprete formidabile. Sintetizza pensiero e parola: discorrere interiore secondo ragione e manifestazione del pensiero, che in questo esprimersi si concretizza. Incanta con la sua voce suadente, mentre lo sguardo di perla, dietro spessi occhiali da miope, penetra dentro chi l’ascolta. Traduce il racconto in fascinazione, officia insieme storia e fede; vi è nella sua parola epica ed estetica, che vengono dosate e donate con semplicità e chiarezza agli astanti. Nè muta il copione quando il consenso diventa dissenso. Padre Alessio è un vero jeromonaco, ma anche un intellettuale: alla sublimazione espressiva e al talento oratorio aggiunge l’ironia propria di chi possiede cultura. Non vi è in questa recitazione la maschera comica o tragica dell’attore, solo una convinta e pervicace testimonianza di un mondo di cui è epigono e apostolo. A ciò si aggiunga l’indicibile carisma che accompagna chi naviga sull’onda della nostalgia, e sa evocare amori proibiti e storie rimosse, facendo leva sul fascino allusivo del rimpianto e dell’eroico andare contro la corrente del tempo. Nel sentirlo, per affinità e cultura, ricorda Costantinos Kavafis: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze. Sempre devi avere in mente Itaca...soprattutto non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio tu metta piede nell’isola. Tu , ricco dei tesori accumulati per strada non aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio. E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.

Come un novello Ulisse, ha scelto di vivere tra l’Etna, Scilla e Cariddi. In realtà la vita di quest’uomo, nel pensiero e nella pastorale, è un viaggio attraverso la conoscenza e la testimonianza del monachesimo Italo-greco in Sicilia: “lievito prima di divenire reliquiario delle tradizioni bizantine”.

Particolare sensibilità spirituale, dono, capacità di sentire “una voce interiore”: per taluni è un miracolo, per altri un arcano, per molti di noi incomprensibile. Mistero della fede e impenetrabilità dell’animo umano. “Ortodossi e cattolici - dice Padre Alessio - sono i due polmoni dell’unica Chiesa di Cristo indivisa; ed è da questa consapevolezza che bisogna partire nella speranza di una futura riconciliazione”. L’affermazione ci permette di cogliere il profondo afflato lirico-religioso di una scelta e di una donazione, e offre la chiave per entrare in un mondo mistico caratterizzato da fede incrollabile e attitudine eroica al sacrificio. La passione per il sacrificio è solo umana. Gli uomini non si sono limitati a sacrificare sull’altare offerte ai loro dei, hanno sacrificato su quell’altare anche la loro vita. Monaco eremita. Non è della nona carta degli Arcani Maggiori dei Tarocchi che vogliamo scrivere, ma di un monaco che ha scelto di vivere all’infuori del monastero, in un luogo solitario e appartato, un eremo, per meditare sulla propria esistenza e pregare. Fin dall’inizio del IV secolo esistevano già (in Sicilia!) degli eremiti cristiani (monaci egiziani), che si ritiravano nel deserto per cercare Dio nel silenzio. Questa forma di vita ascetica e religiosa, fatta di preghiera ed interiorità, chiamata vita contemplativa, è stata la scelta nel corso di un lungo percorso spirituale del giovane messinese, Placido Cappuccio. “Mio nonno, miracolosamente sopravvissuto allo spaventoso terremoto del 1908, è di un paesino sopra Villafranca Tirrena (ME), Gesso, per la precisione, racconta padre Alessio. Io sono il primo dei nipoti, nato a Messina; e il papà, avvocato, trasferitosi nella Brianza di manzoniana memoria, puntualmente ci portava ogni estate, da Milano in Sicilia dai nonni, per le salutari vacanze al mare e sui monti Peloritani. Visitavamo le numerose rovine degli antichi cenobi e romitori bizantini; ammirando stupefatti gli splenditi mosaici di Cefalù, Monreale, Cappella Palatina, Martorana… . Andavamo dai preti cattolici, amici di famiglia, che custodiscono, oggi, qualche reliquia dell’eredità antica dei monaci greci; e fu proprio uno di quei preti, amico di infanzia, che iniziò a farmi scoprire l’esistenza di questi antichi monaci greci, vissuti tra le quelle rovine, sparse per il territorio collinare: mostrandomi calici, paramenti, manoscritti e icone superstiti, indicandomi luoghi e toponimi che ne immortalano, ormai, il vago ricordo… . Così incominciai a interessarmi a questa tradizione locale, così diffusa nel territorio, da identificarne anche oggi i toponimi e perfino le proprietà di famiglia”. Curiosità intellettiva e fascinazione? Non sono motivazioni che possono spiegare i motivi di una scelta così impegnativa , anche se l’assunto che: “tutti i messinesi sono greci diventati cattolici per tacito consenso e per quieto vivere”, potrebbe indurre a ritenere la vocazione per il rito greco-ortodosso una conseguenza storica. Perché il nostro padre Alessio è diventato “romito”? La risposta è nelle sue parole che rendono inutili ulteriori domande: “Non tornerei indietro, sono appagato dalla mia vita di riflessione, contemplazione e a stretto contatto con Dio”. E ancora: “mi sono allontanato dai rumori del mondo per sentire meglio”. Sono concetti che esprimono in maniera chiara i convincimenti e la poetica dell’eremita, oggi nascosto in un ritiro tra i monti che circondano il comune di Santa Lucia del Mela. Sono parole che raccontano la vita di preghiera e solitudine, che il monaco conduce nel piccolo gioiello d’Oriente “della Candelora”, ubicato fra i monti della contrada Saùci, da dove si vede il Castello di Federico II e l’azzurro mare del Tirreno disseminato dalle isole di Eolo. La vocazione religiosa rappresenta un richiamo misterioso (un impulso interiore), soprannaturale nella sua essenza, ma intimamente radicato nella personalità umana. È una intuizione emozionale dinamica, pertanto, suscettibile di sviluppo e di maturazione. Per il “chiamato”, la vocazione rappresenta il senso stesso dell’esistenza, costituisce il principio di autonomia e libertà interne e insieme imprime la forza sufficiente per realizzare un impegno percepito come vincolante per tutta la vita. Ciò ha radici profonde, e pur presente in maniera primordiale nel periodo adolescenziale si rivela pienamente nel tempo, quando autonomia dell’io e relazione interpersonale hanno raggiunto una discreta maturazione.

A ventuno anni, contro il parere dei familiari, il giovane Placido decide di entrare nell’abbazia di Grottaferrata, lontana epigone della spiritualità greco-cattolica (erano passati trent’anni dall’ultima volta che un aspirante monaco aveva bussato a quel portone!) Il monastero esarchico di S. Maria di Grottaferrata, detto anche abbazia greca di San Nilo, sui castelli romani, a sud di Roma, è stato fondato nel 1004 da un gruppo di monaci greci provenienti dall’Italia meridionale, all’epoca bizantina, guidati da San Nilo da Rossano. L’abbazia greca di Grottaferrata è, ormai, l’unico dei numerosi monasteri bizantini (benché fortemente trasformato e modificato nel tempo) che nel medioevo erano diffusi in tutta l’Italia meridionale. Fondato (1004 d.c.), cinquant’anni prima dello Scisma (1054 d.c.), che portò alla lacerante separazione della Chiese di Roma e Costantinopoli (causa del progressivo estraniamento reciproco); e conservando un rito bizantino-greco e una tradizione monastica che si ispirava a quella orientale delle origini, ma che presto si adattò alla temperie spirituale del centro della cristianità latina. Questi monaci vennero impropriamente definiti, più tardi “Monaci Basiliani”: fu la Chiesa di Roma, agli inizi del XIII sec., in seguito alla conquista dell’Italia meridionale da parte dei Normanni, a catalogare tutti i monaci bizantini come seguaci di san Basilio il Grande, insigne padre della Chiesa . Da ciò ebbe inizio un processo che nel 1579, con la Costituzione “Benedictus Dominus” di Papa Gregorio XIII, portò alla fondazione della moderna Congregazione dei Monaci Basiliani. Il monachesimo bizantino riceveva così il fondamento giuridico occidentale di “Ordine” o Congregazione religiosa romana; e gli abati dei singoli cenobi, non più autonomi, furono così posti sotto la direzione di un Abate Generale. Ma san Basilio, scrive padre Alessio, “non aveva mai scritto una regola monastica specifica”, per questo egli si professa “monaco greco”. Entrando nell’abbazia greca di San Nilo, il giovane Placido diviene il monaco Alessio e accetta il Tipikòn locale (Regola): ”...Tra i discepoli, che sono nel mondo ma non del mondo, il monaco è colui che, rispondendo all’appello di Dio che lo chiama alla sequela nella solitudine del deserto per parlare al suo cuore, dà testimonianza, con l’offerta indivisa di tutta la vita, di un amore segnato in modo speciale dall’attesa escatologica e dalla speranza che lo nutre nella fede....Le giornate sono scandite dalle celebrazioni liturgiche e dagli impegni di lavoro, manuale o intellettivo, di ciascun monaco...”.

A Grottaferrata il giovane monaco trascorre, con sofferta consapevolezza della ormai perduto afflato spirituale ortodosso di quella istituzione, con i Monaci Basiliani, 16 anni: un lungo periodo (tra le altre cose) di studio, preghiera, esercizi spirituali e lavoro …; ma l’asceta alla fine prevale sul giovane monaco, il quale manifesta l’intenzione di volere lasciare l’Abbazia per realizzarsi attraverso la spiritualità del monachesimo ascetico bizantino delle origini.

Inizia un’altra storia che lo porta ad essere l’ultimo romito.

Il racconto di questa vicenda umana e spirituale in un momento di “emergenza e rinascita” dovrebbe servire da monito e da stella polare. La narrazione non ha fini religiosi, essa vuole mettere in evidenza il valore profondo dell’umanesimo, fonte di rinascita per questa società così profondamente provata ed alterata. E’ un monito, tuttavia, per interrogarsi sulle ragioni della fede, in un colloquio spesso non pacificatore, ma inquieto e doloroso, in un dialogo che è anche disputa inconciliabile e interminabile, ma sempre fonte di rinascita.


email: diegoceli03@gmail.com

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